mercoledì 19 novembre 2014

Intervista a Pietro Gandolfi

Ecco finalmente, dopo tanto tempo, una nuova intervista!
E sono ben lieta di ritornare con un autore che mi ha davvero messo i brividi con il suo romanzo. Sto parlando di Pietro Gandolfi, autore di William Killed The Radio Star edito da Dunwich Edizioni [QUI la mia recensione].
Se amate l'horror vi consiglio di leggerlo. Se, invece, non è il vostro genere... vi consiglio di leggerlo lo stesso perché Gandolfi sa come stupirvi! Questa è la sua PAGINA FACEBOOK.
Curiosi di scoprire qualcosa di più su quest'autore?



-Ciao Pietro, benvenuto! Iniziamo con una piccola presentazione, chi è Pietro Gandolfi nella vita di tutti i giorni?

Ciao a tutti! Chi è Pietro? Pietro è una persona normale, con un lavoro comune, ma che coltiva una passione smodata per i mondi della finzione e combatte ogni giorno per la realizzazione del suo sogno, ovvero fare arrivare le sue storie a tutti e, magari, avere un giorno la possibilità di farlo a tempo pieno. Non è facile ed è un impegno duro da mantenere, ma fino a oggi non ho mai mollato, vuoi perché sono un sognatore, vuoi perché sono davvero testardo!

-Quando e come è nato il tuo amore per la scrittura?

Come per ogni autore tutto nasce dalla passione per la lettura, ma nel mio caso non solo. I libri e i fumetti sono una parte importantissima della mia vita, ma c’è anche l’amore per il cinema e per la musica. Fin dall’età di otto anni, gran parte del mio interesse si è indirizzato verso l’horror. Fra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 c’era campo fertile e la mia giovane mente è stata colpita da innumerevoli stimoli: i libri di King, Barker, Laymon, lo splatterpunk, Dylan Dog e tutti i fumetti che ne sono derivati. E ancora, il cinema di Carpenter, Romero, Yuzna, Gordon… In generale mi sono identificato con quell’orrore che ha origine dalla vita di tutti i giorni, dalla gente comune, anche se poi si intreccia con il paranormale. Insomma, non sono mai stato attirato in particolar modo dal gotico e dagli incubi classici. Li conosco, li apprezzo, ma un conto è parlare di Lovecraft, che ha inserito la sua mitologia nel suo presente, fra le persone, un altro sono le storie ambientate in un passato lontano, fra castelli e nobiltà.

-In cosa si distingue Pietro Gandolfi dagli altri autori? Perché un lettore dovrebbe leggere i tuoi romanzi?

Proprio per le ragioni di cui parlavo prima. Dalle nostre parti c’è sempre un po’ di pregiudizio verso chi decide di puntare verso un orrore più diretto, più carnale. Non ha senso, si tratta di una sorta di timore ingiustificato. Anche perché nelle mie storie non è che mi diverto a elencare degli omicidi, c’è molta atmosfera, molto approfondimento psicologico, solo non mi piace risultare rassicurante e nemmeno voltare la testa dall’altra parte quando c’è da affondare i denti. Le storie, lunghe o corte che siano, si basano su un equilibrio, basta dosare i giusti elementi. E poi credo di essere abbastanza agile nella narrazione: quando i lettori mi dicono di avere terminato il libro in due giorni perché “dovevano” sapere come andava a finire, mi sento gratificato: significa concentrare l’interesse e non annoiare e se avessi uno stile eccessivamente verboso finirei con lo scoraggiare il lettore. Non deve essere così, perché leggere deve rimanere un’attività piacevole. Anche quando si mettono in scena le paure.

-L'horror, in tutte le sue forme, è la tua passione. Come mai hai deciso di dedicarti proprio a questo genere?

Bella domanda. A volte mi è capitato di dire che è il genere a scegliere te, non il contrario, e forse è vero. L’orrore è un magnifico specchio nel quale possiamo riflettere tutte gli spunti che desideriamo: anche l’idea più innocua può essere trasformata in una folle danza e questo, potenzialmente, non pone alcun limite. E alla fine credo tutto risieda nei ricordi di quando ero bambino e guardavo i film horror alla tv: è qualcosa a cui sono molto legato, comprese le amicizie nate grazie a una passione in comune o certe esperienze personali. Quando mi trovavo in montagna guardavamo a casa di amici i nostri “filmacci”, solo che poi ero l’unico a dovere percorrere una strada che costeggiava il bosco per tornare a casa. Era notte e quando c’era la luna piena ogni ombra prendeva vita, senza parlare dei rumori che provenivano dalla vegetazione. Detta così sembro un po’ Cappuccetto Rosso! Bè, forse qualche volta c’è stata un po’ di paura, ma era nulla in confronto al fascino che tutto ciò esercitava su di me.

-L'horror è un genere che in Italia non gode di molte fama. Secondo te perché?

Perché a parte il periodo cui accennavo prima, non abbiamo una tradizione continuativa. Abbiamo un glorioso passato per quanto riguarda il cinema, tutto il mondo ci invidia Argento, Bava, Fulci e Soavi, ma anche se abbiamo degli ottimi, nuovi autori, faticano a emergere. Lo stesso può dirsi per il fumetto: nella maggior parte dei casi sono solo bei ricordi. Per quanto riguarda la letteratura è anche peggio… Firme prestigiose le abbiamo avute e le abbiamo ancora, ma non c’è stata la volontà da parte degli editori, o forse solo l’occasione, di dare forma a un discorso più duraturo. Faccio un esempio: se ci rechiamo in edicola possiamo trovare collane dedicate alla fantascienza, al giallo, allo spionaggio, al rosa… ma non all’horror. A volte penso sia l’etichetta a fare paura, anche perché poi, proprio all’interno di alcune delle collane in questione, il nostro genere ha fatto capolino. L’Italia è fatta di tradizioni, ci sono personaggi o serie che proseguono da interi decenni e al contrario nuove idee che faticano ad affermarsi persino per una manciata di mesi. Nel nostro paese vedo una tendenza a interessarsi a tematiche più reali, spesso legate ai fatti di cronaca: lo considero morboso, accanirsi sulle vicende legate alle disgrazie di povera gente, fino a renderle grottesche. Di conseguenza anche nella narrazione c’è una ricerca di qualcosa che possa passare per reale. È l’equivalente del rallentare con l’auto per osservare le vittime degli incidenti stradali. E poi sono io che passo per quello strano, a causa delle storie che invento…
Un discorso a parte andrebbe fatto per gli editori: se davvero volessero puntare su autori horror, avrebbero il potere di farlo. Mi riferisco a editori di un certo peso, che con la giusta campagna pubblicitaria potrebbero rendere accessibile qualsiasi cosa. Spesso utilizzo un parallelo musicale, per spiegarmi: se alla radio ci facessero ascoltare, che so, i Carcass, e lo facessero attraverso una programmazione a tappeto, bè, i Carcass venderebbero come tanti altri musicisti. In Italia fino a una manciata di mesi fa nessuno prendeva in considerazione la musica hip-hop… guarda ora!

-La ragazza di Greenville è il tuo primo romanzo. Ti andrebbe di parlarcene brevemente?

Certo! È un romanzo cui sono molto legato, infatti spero di trovare il modo di ristamparlo presto, anche considerando il fatto che ho scritto un racconto collegato alla vicenda narrata e per forza di cose deve essere letto dopo la storia principale. Mi piacerebbe comprenderlo in una eventuale ristampa. La ragazza di Greenville è un romanzo di formazione, al cui interno ho messo tanto di me. La trama gioca fra il passato e il presente ed è il mio omaggio al lavoro di tanti scrittori statunitensi: L’estate della paura, Il circo dei vampiri, La ragazza della porta accanto, solo per accennare alcuni titoli. Ma, come dicevo prima, parla soprattutto di una parte della mia infanzia, del mio legame con una persona importante e di come certe esperienze si fondano in maniera indissolubile al nostro essere. Anzi, ne approfitto, se qualche volenteroso editore fosse interessato a una riedizione ben curata del romanzo, si faccia avanti!


-Sei anche autore di un'antologia di racconti, Dead of night. Di cosa parla? A chi la consiglieresti?

Dead of Night raccoglie sei racconti non collegati fra di loro. Anche questi andrebbero ripescati, per qualcuno l’ho già fatto. Leggerlo è un buon modo per comprendere il mio universo: ci sono storie più dirette e carnali, alcune con protagonisti bambini (mi capita spesso, sono i migliori da “plasmare!) e un paio di esempi di narrazione ambientata in Italia. Faccio anche questo, nonostante dai miei romanzi pubblicati possa non emergere. Ma la difficoltà per me rimane proprio questa, ovvero riuscire a pubblicare tutto ciò che scrivo. Ho racconti, romanzi e romanzi brevi, a manciate! Comunque, a parere di chi l’ha letto, Dead of Night contiene alcuni dei miei episodi più brillanti. E se lo dicono i miei esserini (è così che vengono chiamati i miei lettori!)…




-La tua ultima fatica è William Killed The Radio Star: hai avuto la capacità di far sì che il lettore tenga il fiato sospeso fino alla fine e sei riuscito a ricreare un'atmosfera macabra, paurosa. Com'è nata questa storia?

La storia di William è nata dalla volontà di raccontare la mia passione per la musica. All’inizio volevo addirittura ambientare tutta la vicenda durante un’unica diretta radiofonica e anche se ciò accade comunque per buona parte del romanzo, ho poi sentito l’esigenza di non pormi alcun limite narrativo. Se La ragazza di Greenville lo possiamo paragonare a una lunga ed elaborata cavalcata sonora degli Iron Maiden, data la sua struttura, William è come una canzone dei Misfits, diretta e violenta! C’è chi ne ha parlato come un thriller, ma forse solo perché al giorno d’oggi esiste un’idea un poco deviata di horror: non ci sono mostri, licantropi e vampiri? Allora non è horror! Se seguissimo questo filo logico, l’horror sarebbe quello che chiamano Urban Fantasy, oppure i film della saga di Twilight. Credete a me, William è un fottuto horror! E poi mi ha dato l’occasione di creare alcuni dei personaggi cui sono più affezionato: il DJ Jazz, Isabelle, Chuck e naturalmente William…

-La Dunwich Edizioni è la casa editrice che ha curato il tuo ultimo romanzo. Nel suo catalogo vanta di trame interessanti e copertine che attirano subito. Com'è nata la collaborazione con loro?

Nella maniera più tradizionale possibile: ho inviato loro il mio materiale (proprio William) e mi hanno contattato. Non mi conoscevano, non ci sono arrivato tramite amicizie in comune… Hanno fatto quello che dovrebbe fare una casa editrice, letto e giudicato. Purtroppo non tutti lavorano così, nonostante dovrebbe ritenersi scontato. Stesso discorso per quanto riguarda l’editing: è stato tutto molto professionale, abbiamo lavorato fianco a fianco per tutta l’operazione, confrontando idee e ponderando alternative, anche se poi la scelta finale stava a me. È una questione di umiltà e intelligenza, in fondo sapevo stessero lavorando per la riuscita del prodotto. E io non sono nessuno, solo un appassionato di storie macabre. Proprio come i tipi della Dunwich!

-Hai in cantiere qualche nuovo libro?

Come dicevo, di libri ne ho parecchi nel cassetto. Al momento sto collaborando a diversi progetti, alcuni “collettivi”, anche se una mia nuova pubblicazione non è ancora prevista. A primavera debutterà però il mio primo fumetto (per ora ne è uscito solo un gustoso numero Preview, in occasione di Lucca Comics) e indovina? Si tratta di una storia horror! Si intitola The Noise e può vantare le matite di un grande professionista come Nicola Genzianella, il disegnatore di Dampyr. Inoltre un mio breve racconto è stato pubblicato sul numero 6 di Splatter, la nuova incarnazione della storica rivista e, solo per chi si trova nelle vicinanze della mia città, Piacenza, ci tengo a segnalare che ho pubblicato un romanzo breve autoprodotto. Si intitola Who’s Dead Girl? ed è una gustosa storia nera, piena di sesso. Bè, alla fine posso dire di stare muovendomi abbastanza!

-L'intervista è finita. Ti ringrazio per essere stato qui con noi, in bocca al lupo per la tua carriera!

-Grazie mille per lo spazio concessomi, è sempre un piacere potere raccontare qualcosa di me e del mio lavoro. Invito i lettori a contattarmi se fossero interessati a quello che faccio, a visitare la mia pagina Facebook e, in generale, a mantenere viva la nera fiamma dell’orrore.

Horror Rules!

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