lunedì 28 agosto 2017

"L'anima sul fondo del bicchiere" di Annalisa Dominjanni

Con enorme piacere, oggi ospito un bellissimo racconto scritto da Annalisa Dominijanni. Nonostante la sua brevità, mi ha trasmetto sensazioni diverse: inizialmente rabbia, poi speranza. Leggetelo e fatevi trascinare anche voi nella storia di Joe.


«Ma ora puoi scegliere se ucciderti con le tue stesse mani o scrivere.Sei un artista Joe, non dimenticarlo mai.Non dimenticare mai che la bellezza e l’arte ti hanno salvato».

Un’altra giornata trascorsa a fingere che tutto vada bene: il lavoro è quello dei tuoi sogni, il matrimonio non è arrivato agli sgoccioli, i tuoi figli non sono in perenne ansia per le tue assenze, di cui nemmeno tu ti accorgi, troppo preso a rincorrere l’anima sul fondo del bicchiere. Quel bicchiere in cui ti perdi ogni sera, fino a chiedere alla tua immagine riflessa nel bagno del bar chi sia quel pezzente con gli occhi cerchiati di blu e il vomito sul colletto della camicia.
Fingere.
Ormai sai fare solo questo.
Un’altra giornata uggiosa, pioggia, freddo e temporali. Il traffico della metropoli che ti sfianca e ti rende intrattabile, i semafori, i pedoni, i mendicanti. Tutto ti irrita, persino la tua immagine nello specchio.
Le luci del bar sono basse, la musica jazz arriva lontana dagli altoparlanti e tu, solo con la tua disperazione, ti cerchi ancora nelle gocce di gin, vodka e whisky, aspettando un miracolo, qualcuno che si impietosisca e ti salvi.
«Versane un altro»
Sollevi il bicchiere, ti sembra pesantissimo, e lo picchi sul bancone, mezzo cieco e completamente sbronzo.
«Non ne hai avuto abbastanza per stasera, Joe?» Karl, il tuo amico d’infanzia, ti guarda fisso negli occhi, la pietà sul suo volto ti innervosisce.
«Versane un altro» ripeti, più lentamente, a un passo dall’esplodere.
Senza replicare, Karl stappa la bottiglia – ah, quello schiocco divino che riduce le distanze dall’oblio – e ti versa un’altra, generosa, benedetta dose di gin.
Ti piace il suo aspetto, liscio e limpido, puro come l’acqua. Come la tua anima quando eri ancora un bambino.
Lo butti giù tutto d’un sorso, stringendo i denti contro quel santo bruciore che si fa subito estasi, immediato abbandono.
Poggi la testa sul bancone, talmente sbronzo da non accorgerti di esserti cagato addosso.
Vuoi solo dormire, dimenticare, fuggire.
Il mutuo, i bambini, tua moglie, mai soddisfatta dei tuoi sforzi, vuole sempre più denaro, sempre più cose, non si accontenta più del tuo amore. Ti ha buttato fuori di casa; ora vivi con tua madre, a quarant’anni passati, e ti senti una nullità. La crisi economica, il lavoro che oggi c’è e domani non si sa. Il tuo fottuto Presidente e il tuo fottuto Paese perennemente in guerra, bandiere a stelle e strisce dove sono avvolti corpi di ragazzi martoriati, bombardati dall’idea di una guerra giusta. Cristo Santo, sembrano le crociate!
Poi ti addormenti, e sogni. Sogni di quando eri bambino e tuo padre era nei Marines. Tua madre piangeva di notte, la sentivi sussurrare il suo nome, piano, tra i singhiozzi. Andavi da lei, ti infilavi sotto le coperte e l’abbracciavi stretta, fino a farti mancare il respiro. Vi addormentavate così. In fondo, l’uomo di casa eri tu.
Perché tuo padre non c’era mai. E quando tornava, ti parlava della guerra e dei Musi Gialli che aveva ucciso, ma tu odiavi sentir parlare di morte e di sangue e di bombe. Allora scappavi da tua madre e ti stringevi a lei. Puoi ancora sentire il profumo di lavanda dei suoi vestiti sempre nuovi e puliti.
Tuo padre ti chiama scemo, idiota, mammola. Non sopporta l’idea che tu possa ripugnare la guerra: questo non fa di te un uomo. Non ti ha mai detto quanto sia orgoglioso di te, si è sempre rifiutato di venire ai tuoi spettacoli teatrali. Ha giudicato inappropriata anche la tua scelta di laurearti in Filosofia. La sua assenza ti ha ferito più di ogni altra cosa, nella vita: il suo amore per te dipendeva dalla percentuale di coraggio e mascolinità dimostrata ogni giorno. Eri una frana con le donne, non riuscivi a portartene a letto nemmeno una, mica come il tuo compagno di corso, Spike: l’intero college ai suoi piedi. Tuo padre era più orgoglioso di lui che di te; era Spike che portava a giocare a golf, era con lui che chiacchierava durante i barbecue, era con lui che rideva. E viveva.
Quando Spike si è arruolato nei Marines, hai preso coraggio e sei partito con lui per l’Iraq, la Guerra del Golfo sarebbe stata la tua fonte di riscatto.
Spike è morto tra le tue braccia, tu sei stato rimandato a casa per una scheggia di granata nell’occhio. Per poco non hai perso la vista, ma tuo padre è andato a piangere sulla tomba di Spike, di te ha chiesto qualcosa a tua madre. Non è mai venuto a trovarti in ospedale.
«Joe, è ora di chiudere» la voce di Karl arriva da lontano.
Hai la lingua impastata dal troppo alcol, le orecchie ronzano. Provi ad alzarti, ma cadi dallo sgabello.
«Stasera vieni a dormire da me, non è il caso tua madre ti veda in questo stato» Karl si mette un tuo braccio intorno alle spalle e ti sostiene fino alla macchina, una station wagon scura.
Sembra l’auto di un becchino.
«Voglio farla finita, Karl» riesci a biascicare, osservando la luci intermittenti del semaforo.
Spento. Acceso. Spento. Acceso. Spento. Acceso.
È rilassante quell’alternanza, sembra tutto girare per il verso giusto. Quella luce arancione che si spegne e si accende ti conforta, come se la tua vita dipendesse da quel mezzo secondo in cui la luce scompare e riappare. Proprio come la tua anima sul fondo del bicchiere.
«Dovresti farla finita di bere, Joe» risponde pacatamente Karl.
Ami il suo tono di voce così calmo e disteso.
«La mia anima è sul fondo del bicchiere, Karl. Posso recuperarla solo bevendo, solo annacquandomi il cervello, solo se mi brucio il cuore, la ritrovo»
Ti prendi la testa tra le mani. Ti scoppia tanto da non credere di arrivare a domani. Se solo ti esplodesse sul serio, saresti libero.
«Quando l’ho conosciuta, mia moglie Marla stava attraversando una crisi esistenziale. Non sapeva più cosa voleva fare della sua vita, non sapeva più chi fosse realmente. Io la vedevo star male e più soffriva più io non potevo far nulla per aiutarla. È andata da uno strizzacervelli che le ha consigliato di scrivere le sue emozioni quotidianamente. Oggi è al suo quinto romanzo e ha superato la sua crisi» Karl parcheggia nel garage.
Scrivere.
Era il tuo sogno da bambino, ma tuo padre ti ha impedito di realizzarlo: strappava i tuoi componimenti poetici ridendo delle stupidaggini scritte. Non ci hai più provato. Quando è morto, tua madre ti ha regalato un taccuino di vera pelle, ne ricordi ancora l’odore. Lo hai messo da parte ma non lo hai mai usato.
Forse Karl ha ragione, forse scrivere e mettere il tuo dolore nero su bianco può aiutarti.
«Voglio farla finita con l’alcol, Karl» piagnucoli, appoggiando la testa sulla sua spalla.
«Dipende tutto da te, Joe»
Annuisci, piano, il moccio ti scende dal naso e poi s’infila in bocca. È salato, come il conto che ti ha presentato la vita.

Jenny, nella sua vestaglia ciniglia color rosa shocking, si piazza tra te e l’uscio. È accigliata, anzi è davvero incazzata: le braccia conserte sul petto, ti guarda come se fossi un mendicante venuto a chiedere un po’ di cibo e un posto dove dormire. Riesci a sentire il suo odio nei tuoi confronti, è come una zaffata di aria bollente che ti investe, minacciandoti di scioglierti in un nanosecondo.
Ti vergogni, anche se sai che non dovresti: tutti attraversano dei momenti di crisi, nella propria vita, anche se il tuo sembra tremendamente lungo e disperato. Ti chiedi se tu abbia le forze di affrontarlo e superarlo, se farla finita non sia davvero la scelta più saggia.
«Che cosa vuoi, Joe?» ti chiede, fredda, facendo un passo avanti quando cerchi di sbirciare dentro casa alla ricerca dei tuoi figli.
«Vedere Jess e Spike» riesci a rispondere, raddrizzandoti, cercando di fare l’uomo per una volta nella tua vita.
«Scordatelo»
Jenny sta per chiuderti fuori ma tu reagisci, mettendo un piede di traverso alla porta.
«Sono i miei figli»
«Te ne sei ricordato presto»
Tua moglie ti sbeffeggia, alzando quel sopracciglio tatuato fatto con i tuoi soldi. Il tuo stipendio.
«Fammi entrare, Jenny» ripeti con più sicurezza, guardandola dritta negli occhi scuri.
Lei sospira, sbuffa, ma cede.
Casa è in ordine, come sempre grazie all’ossessione di tua moglie per la pulizia: sai perfettamente che è capace di passare l’aspirapolvere e la candeggina anche tre volte al giorno. Quando tornavi a casa dal lavoro, se dimenticavi di togliere le scarpe e infilare le pattine, Jenny ti riempiva di insulti.
Quello che non ti aspetti è di trovare un uomo – un ragazzo – seminudo in cucina: sta facendo colazione con i tuoi figli. Ora è chiaro perché Jenny non voleva farti entrare.
Ti giri a guardarla: nemmeno l’ombra del più piccolo pentimento sul suo volto dalla forma triangolare, circondato da un caschetto rifinito alla perfezione.
«Non dirmi che tu non hai avuto le tue avventure» ti rimprovera, come se il colpevole fossi tu.
«No, Jenny. Ti sono sempre stato fedele, mio malgrado, ma evidentemente ciò che ti importava erano i miei soldi»
«Che spendi in alcol, mio caro. Non fare il santarellino con me e fai quello che devi, prima che io perda la pazienza»
I tuoi ragazzi ti guardano con un’espressione miserevole sul volto, quasi a compatirti. Ti chiedi che vita stiano facendo con Jenny.
«Abbi almeno il buongusto di dire al tuo amico di vestirsi davanti ai nostri figli» dici, guardando il ragazzino di sbieco.
Non sai dove stai trovando tutta questa forza, probabilmente nel bisogno di cambiare vita, prospettive.
«Okay, gente. È meglio io me ne vada»
Il toyboy di tua moglie si tiene stretta l’asciugamano intorno ai fianchi e sgattaiola via dalla cucina, lo senti salire le scale, mentre Jenny lo segue come un cagnolino, chiamandolo con i nomignoli più insulsi e grotteschi. Ti fanno pena, entrambi, e ancor di più provi pena per te stesso: come hai fatto ad arrivare a questo punto?
«Oggi niente scuola, ragazzi» ti puntelli sui talloni davanti ai tuoi figli, scostando dalla fronte di Jessica una ciocca scura.
Lei si scosta, Spike nemmeno ti guarda in faccia. Sono diffidenti, e a buon bisogno, ma tu solo ora ti rendi conto che i tuoi ragazzi sono ciò che di più prezioso esista nel tuo mondo, sono l’unica ragione per la quale è rimasta un po’ di umanità in te. Gli errori che hai fatto, sono stati quelli di tuo padre, perché è vero, le colpe dei padri ricadono sempre sui figli, ma tu hai deciso di spezzare la catena. E ci riuscirai.
«La mamma dice che sei un ubriacone e che è colpa tua se siamo poveri e se Jess non può più prendere lezioni di pianoforte» esordisce Spike con una vocetta fina.
Inspiri lentamente, alzandoti.
Il boccone è sempre più amaro da mandare giù quando a servirtelo sono i tuoi figli.
«Sì, campione. Sono un ubriacone. Tua madre ha ragione, ma ho deciso di cambiare. Domani inizierò la disintossicazione in una clinica: ti prometto non mi vedrai mai più bere»
Le lacrime ti raspano in gola.
«Possiamo venire a trovarti?» ti chiede Jess, alzando gli occhi celesti su di te.
«Dovrete chiedere il permesso a vostra madre, prima» le accarezzi una guancia, asciugandole una lacrima.
«Dove andiamo, pa’?» Spike ti guarda con il suo sorriso sdentato.
«Dove volete andare?»

Il sentiero è in salita, a te sembra quasi essere la storia della tua vita: sassi, merda, fango, rami e foglie secche. Ma quando arrivi in cima e la vista delle montagne innevate e dei laghi ti mozza il fiato, sai per certo che dopo ogni salita, si trova un trofeo.
Ti siedi su una roccia, i tuoi figli su ciascun lato. Ti abbracciano e ti senti completamente in pace, sai che hai abbastanza forza dentro di te per raggiungere la cima della tua salita. Puoi cambiare e devi farlo prima per te stesso, per poter essere un genitore migliore di quello che è stato tuo padre. E cominci a vedere anche le cose da un altro punto di vista: se non fosse stato per il bicchiere sempre pieno e la testa leggera, probabilmente ora staresti ancora a tracannare gin da Karl. O forse peggio.
«Tornerai mai a casa, pa’?» ti chiede Spike, stringendosi più forte a te.
«Non posso risponderti, Spike. Ma se tu e tua sorella avrete bisogno di me io sarò sempre pronto a sostenervi, dovessi trovarmi anche dall’altra parte del mondo»
Vedi i ragazzi annuire con la coda dell’occhio e te li fai più vicini. Non hai voglia di parlare, è un momento fatto di sensazioni ed emozioni e così dev’essere.

Sono tre anni e dieci mesi che non tocchi un goccio di alcol.
In tre anni sono successe tante cose. Hai divorziato da Jenny, che oltre a recuperare toyboy dalla strada, se la faceva con il vicino mentre eri in clinica. E nonostante fossi ricoverato, tua moglie ti chiedeva soldi, maledettissimi soldi. La grana le serviva per l’amante e le numerose cauzioni da pagare per farlo uscire di galera: Jenny ha sempre amato i cattivi ragazzi e come poteva amare uno come te, che non si è mai messo nei guai se non per seguire un amico pazzo in Iraq?
Hai trovato una donna che ti ama e ti rispetta; crede in ciò che fai e costruisci. Kate aspetta il vostro primo figlio e non sei più nella pelle per la gioia. Ami la vita come mai prima d’ora, ami le persone che incroci sul tuo cammino, quella strada tanto faticosa da scovare che se ne stava dove meno ti saresti aspettato di trovarla.
Eccola lì, Kate, in prima fila, attendendo la presentazione del tuo primo romanzo, L’Anima sul fondo del bicchiere. È bella, con i capelli legati in uno chignon, il filo di perle che le hai regalato per il vostro primo anniversario, e il tubino nero che esalta il ventre pieno di vita.
Vi sorridete, gli occhi negli occhi.
Poco più in là, i tuoi ragazzi: Jessica e Spike. Ogni settimana, quando eri ricoverato, sono venuti a trovarti in clinica. Non ti hanno mai lasciato solo, hanno creduto in te, nonostante Jenny avesse vietato loro di farti visita. Jessica è una pianista eccellente, diventerà una delle più grandi musiciste d’America, ne sei certo. Hai sentito i suoi concerti e ti sei emozionato, fino a piangere, senza vergognarti. Spike ha una mente più razionale, vuole lavorare per la NASA e sei sicuro ci riuscirà.
Hai lottato ogni giorno, dopo il ricovero, per tornare te stesso, per incontrarti di nuovo con il vero Joe, l’uomo docile e umano che avevi smesso di amare a causa di assenze maggiori, il fantasma di un padre egoista e debole, troppo preso da se stesso per accorgersi del male che ti ha fatto.
Non sei ancora andato a trovarlo al cimitero e non sai se andrai mai. Il dolore dell’assenza non passa mai, puoi abituarti, ma non finirà mai di tormentarti. Sarà sempre una pallottola troppo vicina al cuore e sai che se dovesse spostarsi troppo, potresti riprendere il bicchiere in mano. Ma ora puoi scegliere se ucciderti con le tue stesse mani o scrivere.
Sei un artista Joe, non dimenticarlo mai.
Non dimenticare mai che la bellezza e l’arte ti hanno salvato.

«Sei troppo teso, Joe» Kate gli sfiorò la guancia con un bacio.
Gli prese la mano e la portò al suo grembo: il bambino si muoveva, Joe poteva sentirlo nitidamente.
«Nel mio libro ti ho immaginata proprio così: il tubino nero, il filo di perle e i capelli raccolti in uno chignon. Ma di certo non immaginavo che lei sarebbe stata reale» Joe si inginocchiò ai suoi piedi, posandole le mani sui fianchi.
Poggiò l’orecchio sulla pancia e chiuse gli occhi, cercando di captare il battito del cuore di Andreea. La bambina si mosse di nuovo, scalciando con più foga.
«Sarai vivace come tua madre, piccola mia» baciò il ventre e tornò in piedi, prendendo il viso di Kate tra le mani.
Poggiò la fronte sulla sua, guardandola negli intensi occhi verdi.
«Verranno?»
«Non lo so, Joe. Sarebbe crudele ed inutile dirti che certamente Jess e Spike saranno alla presentazione, questa sera. Dovrai solo aspettare e vedere se i tuoi sforzi sono stati riconosciuti: sono grandi abbastanza, ormai, da poter scegliere in piena autonomia» Kate lo baciò lentamente, circondandogli il collo con le braccia.
«Non tutto il male viene per nuocere, dopotutto. Se non mi fossi ricoverato, non ti avrei mai incontrata»
Kate ride piano, arricciando il naso in quel modo che fa impazzire Joe: è stato esattamente quello, il suo nasino alla francese, a farlo innamorare di lei.
«Andiamo o faremo tardi. Non vorrai rischiare di perderti la presentazione del tuo libro!»


La libreria esplode di gente. Il cicaleccio è assordante, la musica di sottofondo si mischia alle parole dei presenti, in un vortice ansiogeno. Joe si sente quasi paralizzato, ma sa di essere un uomo nuovo e di poter affrontare le sue paure a testa alta. Ha vinto battaglie peggiori.
Da dietro le quinte intravede Karl e Marla, i loro tre bambini che mangiano popcorn come se fossero al cinema. Joe si lascia andare a un sorriso, rilassando le mani strette in un pugno. Toccare il fondo è necessario a darsi la spinta per risalire; una volta in superficie non puoi far altro che nuotare, e nuotare, e nuotare, fino a che non vedi la terraferma in lontananza. Ma anche quando sei al sicuro, sulla spiaggia, sotto il sole, non abbassare mai la guardia.
Joe ripete a se stesso il suo mantra, le parole del suo libro lo aiutano a mantenere saldi la mente e il cuore.
La libreria è piena, è ora di cominciare.
«Hai parlato dei tuoi problemi di alcolismo davanti a degli sconosciuti, davanti agli psichiatri e agli psicologi. Puoi parlarne anche davanti a una folla di spettatori, Joe» prima di andare a prendere posto, Kate lo conforta come può.
Lo bacia sulle labbra, sorride e scivola dietro il sipario.
Quando esce sul palco, il pubblico applaude, Jessica e Spike sono in prima fila. Joe sente sciogliersi il cuore in gelatina e manda loro un bacio con la mano, infischiandosene sia un gesto poco virile.
Il fantasma di suo padre è lontano, ormai, lui si sente uomo per il solo fatto di essersi salvato da solo, senza l’uso di armi e di guerre.
Non abbassare la guardia, Joe, ma ora vai e nuota verso il sole.

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