giovedì 8 febbraio 2018

Recensione: La storia d'Itaglia | Un lettore a teatro

LA STORIA D’ITAGLIA

regia di Marco Simeoli
di Alessandro Tirocchi, Maurizio Paniconi, Claudio Pallottinicon Daniele Derogatis, Valeria Monetti, Maurizio Paniconi, Alessandro Tirocchi



Caratteristica principale di una commedia deve essere quella di farti ridere di vero cuore durante lo spettacolo, di farti sperare che duri sempre di più di quanto previsto. Ed è proprio quello che fa La storia d’Itaglia, in scena al Teatro de’ Servi fino al 18 febbraio, prodotto dalla Compagnia AMO.

Immaginate che, un giorno, la professoressa di vostro figlio o vostra figlia vi chiami per proporvi di mettere in scena un copione sulla storia d’Italia scritta proprio da loro. Come reagireste? Giovanni Persichetti (Alessandro Tirocchi), Andrea Mangano (Maurizio Paniconi) e Michele Tarantino (Daniele Derogatis) non hanno dubbi: accettare è impensabile. Ma la terribile professoressa Incoronata d’Onofri (Valeria Monetti), soprannominata la Merkel a scuola, riesce con qualche inganno a convincere i 3 malcapitati padri. E così si dà inizio alle prove: Giovanni, Andrea e Michele si ritrovano a condividere quella che all’inizio viene considerata una sfortuna, ma che poi in fondo li aiuterà ad aprirsi con chi non avrebbero mai creduto. Infatti, non potrebbero essere più diversi. Giovanni fa parte di una band, i Dead Meat, ed è ancora alla ricerca di quel successo tanto sognato; Andrea ama definirsi uno scrittore; Michele, di origini pugliesi, è un ristoratore divorziato. Tre personalità differenti costrette quindi a vedersi quotidianamente da questa professoressa che non lascia spazio a repliche, che non vuole essere contraddetta e non accetta che si cambi ciò che viene deciso da lei.

La storia d’Itaglia è una commedia che sì regala tante, tantissime risate ma anche momenti di riflessioni. Ridendo si affrontano anche temi importanti: si esplora il rapporto tra un genitore e il figlio e si sottolinea l’importanza della presenza di un padre; si riflette sulla propria vita, fatta di vittorie ma anche di sconfitte dalle quali bisogna ripartire. Ma l’argomento principale è proprio la storia: le vicende che hanno portato all’unità del nostro Paese vengono raccontate qui in una nuova chiave, del tutto ironica, che fanno appassionare anche chi non è amante di questa materia. Si parte dalla fondazione di Roma, con Romolo e Remo; si passa alle Idi di Marzo e si arriva al periodo del Risorgimento con Garibaldi, Mazzini e Cavour. Tre eventi che non sono narrati con quella linearità che tutti conosciamo, ma che presentano elementi innovativi e rivisitati che rendono questo spettacolo originale.

Lo spettacolo si snoda quindi su due binari: uno quello che riguarda la sfera privata dei protagonisti, l’altro quello che rimette in gioco la nostra Storia. Un compito che può sembrare arduo, ma che riesce benissimo: non si crea mai confusione tra i cambi di scena e tutto si intreccia perfettamente. E il tutto viene inframmezzato da momenti canori che rendono questo spettacolo ancora più bello.  
Ecco che, tra una battuta e un’altra, conosciamo i veri Giovanni, Andrea e Michele. Il primo vuole mostrarsi con un animo da rockettaro e da duro, ma in realtà non è così; il secondo si dà arie quasi da snob con i suoi modi di fare presuntuosi; Michele è sicuramente il più bonaccione dei tre, con il suo gran cuore da pugliese. Tirocchi, Paniconi e Derogatis interpretano 3 personaggi dalle mille sfaccettature, personaggi in cui tutti si possono rispecchiare.
Ma, a mio dire, la vera protagonista è Valeria Monetti, impeccabile nel ruolo di Incoronata d’Onofri. Dà vita a una donna pungente, dal carattere forte e autoritario, che pian piano si mette a nudo mostrando le sue vere aspirazioni e sogni.
Non solo mostra grandi doti recitative, ma anche canore e coreografiche: un’artista a 360°, che si trova a proprio agio in qualunque scena reciti. Standing ovation per la sua interpretazione di Viva l’Italia di De’ Gregori: riesce a trasmettere grande emozioni agli spettatori, rendendo quel momento davvero molto toccante.

I quattro attori sanno come far ridere il pubblico con le loro battute serrate, riescono a dare il giusto pathos e la giusta comicità al loro personaggio: anche un linguaggio a volte un po’ colorito passa in secondo piano e non dà fastidio neanche ai più puristi.
Bellissimi i costumi di scena, tra i quali merita una particolare menzione il tricolore che formano i protagonisti alla fine dello spettacolo, che si fanno portatori di un simbolo nazionale, un’unità che sembra a volte si perdi, coinvolgendo anche il pubblico in sala con l’inno italiano. 

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