Segnalazione: "Murate vive - Marianna De Leyva e le monache di Monza" di Bruna K. Midleton - Un lettore è un gran sognatore | Blog di letteratura, storia, cultura, teatro

mercoledì 17 aprile 2019

Segnalazione: "Murate vive - Marianna De Leyva e le monache di Monza" di Bruna K. Midleton




MURATE VIVE - MARIANNA DE LEYVA E LE MONACHE DI MONZA
di Bruna K. Midleton
Bonfirraro Editore
162 pagine | 15,90€

Bruna K. Midleton racconta nel suo ultimo romanzo storico Murate Vive Marianna De Leyva e le monache di Monza, pubblicato dalla casa editrice Bonfirraro, la storia di tante fanciulle – compagne della più famosa Monaca di Monza di manzoniana memoria – “forzate” al velo claustrale contro la propria volontà e per questo costrette a una vita piena di tentazioni, sortilegi, privazioni e sacrifici in eterna contrapposizione tra beatitudine e peccaminosità.

Ancora una volta la Midleton, dopo il grande successo avuto con il romanzo storico Lucrezia Borgia Giulia Farnese (Bonfirraro editore - 2017), propone una storia avvincente su una delle più famose vicende storiche legate al mondo femminile, quello sulle monache di Monza.

In tutte le librerie dall’11 aprile. Il libro sarà presente anche alla 32° edizione del Salone Internazionale del libro di Torino presso lo stand della casa editrice Bonfirraro.

Virginia Maria (Marianna De Leyva, la monaca di Monza de I promessi sposi del Manzoni) non era certamente sola nel monastero delle Benedettine/Umiliate di Santa Margherita, con lei c’erano molte altre fanciulle “forzate” al velo claustrale contro la propria volontà.
Le vicende che le coinvolsero s’inquadrano in un microcosmo di sortilegi e malefici, lussuria e pratiche ascetiche, disciplina e corruzione del clero. Le fanciulle venivano sacrificate a calcoli d’ambizione e d’interesse, d’avarizia e d’eredità, trasferite dai sogni dorati dell’adolescenza ai silenzi austeri delle celle, dai nascenti amori alle privazioni e all’isolamento della clausura, cui si contrapponevano i fantasmi d’una cupa disperazione, d’un irrefrenabile desiderio, d’una perversione della natura. Sotto l’abito claustrale si celavano le tentazioni, s’insinuavano i peccati, si profanavano i corpi e le anime. La follia della monacazione forzata portava alla perdita della propria identità e alla rinuncia dei piaceri e delle gioie del mondo, ingenerando spesso ribellione alla sofferenza, al sacrificio, alle privazioni. L’anima veniva mortificata nell’esercizio della rassegnazione, nell’annientamento delle inclinazioni personali e delle ambizioni: pecore in mezzo ai lupi, colombe in mezzo ai serpenti. Beatitudine e peccaminosità apparivano unite in una combinazione edificante, in un miscuglio informe di vizi e di virtù umane, nel fascino del proibito, e poco poteva la lotta per conseguire la liberazione dalle passioni e l’imperturbabilità dello spirito. Prese al laccio della forzata privazione, fu “umano”, per le fanciulle nascoste sotto il velo claustrale, assecondare quelle pulsioni prepotenti che si concentravano in loro stesse e che facevano parte del loro bagaglio. Dio era lontano e invisibile, la mondanità era vicina, a portata di mano, a opportunità da cogliere quale espressione del proprio essere. Su di esse, fatte strumento d’interesse, s’era affermata la prepotenza, la violenza, l’ingiustizia, costringendole a generare il male contro se stesse, in un dissidio tra Cielo e Terra, tra verità e confusione. Se la Religione ne fu oltraggiata, la colpa va ricercata nell’infamia della nobiltà e del potere civile e religioso arroccato nei propri privilegi e nell’uso ignobile delle fanciulle. La più vergognosa delle ingiustizie s’era abbattuta sulle monache di Monza forzate al peccato e alle quali era stata chiesta una tremenda riparazione alla santità pretesa e violata.

Così si lamentò suor Virginia: “Sono finalmente uscita dall’inferno… l’inferno di promesse estorte e di vita negata, l’inferno che mi ha bruciata schiava e serva infelice, l’inferno di una tomba buia e fredda, l’inferno delle torture, dello strazio del corpo e dell’anima, l’inferno del silenzio e della disperazione… Monza dimentica le mie passioni e le mie colpe, non lasciare che l’eco funesto di quei tragici eventi ai quali sono sopravvissuta possa ricacciarmi all’inferno… Potrò mai trovare pace io, Marianna De Leyva, Signora di Monza, figlia di Martino usurpatore delle mie eredità, uomo ingiusto e crudele che ha sacrificato la mia giovinezza ai suoi interessi e distrutto la mia vita, che mi ha rubato il diritto alla libertà di volere quello che la natura mi chiedeva, che, nel male, ha segnato la mia sorte…”.

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