mercoledì 17 aprile 2019

Nuove uscite Leone Editore | Aprile 2019




NEVE E FANGO
di Saverio Carlucci
198 pagine | 11,90€

IN LIBRERIA DAL 18 APRILE


QUANDO IL TUO VERO NEMICO È IL DEMONE CHE TI PORTI DENTO!
Da un certo momento in poi divenni violento. Quando il petto è oppresso, quando ti accorgi di non avere più la forza di respirare e ogni emozione ti fa paura, la rabbia per tutto ciò non viene fuori. Ristagna e si fa putrida. Baudelaire parlerebbe di spleen. Io però non sapevo darle un nome. Avevo accettato il malumore come parte integrante di me
È un giorno importante per il trentenne Joel DeBlasio, capo di una potente società informatica, filantropo e personaggio di spicco della finanza italiana. Sta per concludere un accordo che cambierà per sempre il volto della sua azienda con grandissime ripercussioni sull’intero mondo economico internazionale. Ma prima della firma, l’amministratore delegato della società viene trovato morto. Parte allora un’allucinatoria spirale di intrighi, la macchina del fango che colpisce Joel renderà noti tutti gli aspetti più bui della sua vita. I suoi tormenti, l’ansia, le avventure notturne spinte dall’insonnia, il rapporto patologico col sesso. La lotta di Joel diventa fin da subito ben più importante del dimostrare la propria innocenza. Dovrà affrontare i traumi che da sempre si porta dentro. Ma chi c’è dietro questo piano? E quali interessi vuole proteggere? Sulla sua strada, le uniche che possono aiutarlo sono due donne: Majhda e Silvia. Sono una l’opposto dell’altra, in apparenza una è un angelo, l’altra un demone. Ma entrambe sono avvolte dal mistero, e, soprattutto, sono pericolosamente inquietanti. Ed è allora che scegliere di chi fidarsi sarà cruciale...



L’ISOLA DEGLI ETERNI
di Monica Iemi
540 pagine | 16,90€ 

IN LIBRERIA DAL 18 APRILE

QUANDO L’AMORE TI PONE DI FRONTE ALLA PIÙ DIFFICILE DELLE RINUNCE, QUELLA DELLA VITA ETERNA.

Pian piano, tutti noi arrivammo a comprendere come eravamo diventati: eterni. Non subivamo più gli effetti del tempo, il nostro corpo era più forte di quello di chiunque altro, le persone più anziane lo erano solo esteriormente, la loro forza equivaleva a quella di tutti noi. Eravamo immuni da tutti i mali dell’uomo, sia dalle malattie che dagli eventi che prima consideravamo letali. Nessuna ferita era in grado di ucciderci. Provavamo dolore, ovviamente, ma la guarigione era talmente celere da non dare nemmeno il tempo al nostro corpo di lasciarsi andare. Questi furono i primi effetti evidenti che l’esplosione aveva lasciato. Un giorno, poi, scoprimmo la Sfera.
Per la dodicenne Giulia essere catapultata sull’Isola degli Eterni è fin da subito uno shock. In questo mondo parallelo vivono degli strani abitanti, che hanno smesso di invecchiare, di ammalarsi, di ferirsi e anche di morire. Sono in questa condizione da centinaia di anni, in una realtà che sembra priva di guerre, di odio e di rancori. Insomma, abitano in un vero e proprio mondo ideale. In quel luogo misterioso Giulia stringe un patto per cui sarà costretta a trascorrere lì un mese all’anno, fino al giorno in cui, compiuti i vent’anni, sarà deciso tra lei e un altro dei prescelti, chiamati Indicati, chi potrà accedere alla vita eterna. Ma c’è un prezzo da pagare per essere immortali. Le regole ferree che gli abitanti si sono imposti vincolano infatti la loro libertà, fino al punto che ogni emozione è bandita. Le dimostrazioni di affetto sull’Isola degli Eterni sono perfino illegali. Tutto l’opposto della vita sulla terra, dove Giulia interagisce con le persone che la circondano. Affetto, amicizia, amore, ma anche odio e dolore fanno parte del suo quotidiano, e non vengono controllate da regole. Di fronte a tutto questo, Giulia si trova quindi a dover scegliere tra razionalità ed emozione. Quale delle due avrà la meglio?



IL PASSEROTTO CIPPINO
di Mario Piticchio
126 pagine | 9,90€

IN LIBRERIA DAL 18 APRILE


PIÙ DI UN LIBRO DI FAVOLE, UNA GRANDE LEZIONE DI ALTRUISMO E CIVILTÀ
Tuberland, grazie alle avventure di Cippino, è divenuto ormai una leggenda. Le imprese del passerotto echeggiano dappertutto, come simbolo di giustizia, saggezza e amore, mentre nel bosco la vita continua serena e felice.
Nel bosco di Tuberland ogni giorno capita un’avventura. Qui, non distante dalla città e dal lago, con la mamma e i fratelli, svolazza tra i rami il mitico Cippino, un passerotto pieno di generosità che, senza pensarci due volte, aiuta tutti gli altri abitanti del bosco quando sono in pericolo. Con astuzia e coraggio, lui solo, infatti, compie gesta da eroe: salva un coniglietto dalle grinfie di un lupo, la mamma dall’attacco di un’aquila, un cerbiatto impantanato nel fango. O, ancora, soccorre una colomba catturata da un gatto, un lupetto disubbidiente e un orsetto troppo goloso. Salverà anche il bosco dalle fiamme. Ma soprattutto è grazie al suo esempio che tutti gli animali del bosco sapranno fare squadra per affrontare il pericolo più grande, quello dell’essere umano. Queste e molte altre sono le fantastiche avventure dell’eroico Cippino, che Mario Piticchio ci racconta sotto forma di brevi e piacevoli fiabe moderne, in grado di divertirci e insegnarci appieno i valori del rispetto e della generosità.



CINEMA HOFFMAN 
di Antonino Tarlato Cipolla

180 pagine | 10,90€

IN LIBRERIA DAL 18 APRILE

IN UN RAFFINATO ROMANZO, LA LETTERATURA TROVA ESPRESSIONE NELLE SUE FORME PIÙ ALTE
Il vecchio Hoffman posò la sigaretta sul passamano, interrompendo la visione d’una partita a scacchi con la morte che imperversava sullo schermo, irradiata dalle fotoniche protesi del proiettore. Qualcosa s’era insinuato nel circolo delle sue idee, un piccolo e grezzo dubbio, una scheggia di quesito: piccola curiosità irrisolta o necessità impellente dello spirito; non è dato sapere. Eppure si muove in questo limbo di idee, il dubbio, quel pizzico di incompiuto che spinge a travalicare il confine, ancora una volta.
Un giovane uomo, poco meno che trentenne, sta seduto su una sedia, in un tempo e in un luogo lontani dal mondo. È bloccato, e si trova in una situazione di stallo. Da qui prende avvio il racconto dell’io narrante da cui si dipanano tre storie principali, che ripercorrono il tempo passato, il presente e il futuro. Tutto ruota attorno alla voce del protagonista, intervallata da quella degli altri personaggi delle sue storie, fino al ricongiungimento finale all’interno del cinema Hoffman, storica sala romana, fulcro della narrazione. Al racconto del mondo di oggi, si intrecciano la storia di Arturo, che rappresenta il futuro del protagonista, e le vicende di due ragazzini, simbolo delle origini e dell’adolescenza del narratore. Con un linguaggio innovativo, in cui i tempi verbali e le immagini si mescolano senza soluzione di continuità, si susseguono i tre filoni cardine del romanzo che, inframezzati da piccole riflessioni, digressioni e intermezzi ludici, esemplificano attraverso l’esperienza angosciosa dello stallo, della noia e della nostalgia paralizzante, gli aspetti costitutivi delle diverse età della vita. Come è raro accada nella letteratura odierna, Antonino Tarlato Cipolla ci restituisce con un romanzo potente e unico, denso di riferimenti culturali e letterari, un altissimo esempio di letteratura, che sfida e conquista il lettore ad ogni pagina.

Segnalazione: "Murate vive - Marianna De Leyva e le monache di Monza" di Bruna K. Midleton




MURATE VIVE - MARIANNA DE LEYVA E LE MONACHE DI MONZA
di Bruna K. Midleton
Bonfirraro Editore
162 pagine | 15,90€

Bruna K. Midleton racconta nel suo ultimo romanzo storico Murate Vive Marianna De Leyva e le monache di Monza, pubblicato dalla casa editrice Bonfirraro, la storia di tante fanciulle – compagne della più famosa Monaca di Monza di manzoniana memoria – “forzate” al velo claustrale contro la propria volontà e per questo costrette a una vita piena di tentazioni, sortilegi, privazioni e sacrifici in eterna contrapposizione tra beatitudine e peccaminosità.

Ancora una volta la Midleton, dopo il grande successo avuto con il romanzo storico Lucrezia Borgia Giulia Farnese (Bonfirraro editore - 2017), propone una storia avvincente su una delle più famose vicende storiche legate al mondo femminile, quello sulle monache di Monza.

In tutte le librerie dall’11 aprile. Il libro sarà presente anche alla 32° edizione del Salone Internazionale del libro di Torino presso lo stand della casa editrice Bonfirraro.

Virginia Maria (Marianna De Leyva, la monaca di Monza de I promessi sposi del Manzoni) non era certamente sola nel monastero delle Benedettine/Umiliate di Santa Margherita, con lei c’erano molte altre fanciulle “forzate” al velo claustrale contro la propria volontà.
Le vicende che le coinvolsero s’inquadrano in un microcosmo di sortilegi e malefici, lussuria e pratiche ascetiche, disciplina e corruzione del clero. Le fanciulle venivano sacrificate a calcoli d’ambizione e d’interesse, d’avarizia e d’eredità, trasferite dai sogni dorati dell’adolescenza ai silenzi austeri delle celle, dai nascenti amori alle privazioni e all’isolamento della clausura, cui si contrapponevano i fantasmi d’una cupa disperazione, d’un irrefrenabile desiderio, d’una perversione della natura. Sotto l’abito claustrale si celavano le tentazioni, s’insinuavano i peccati, si profanavano i corpi e le anime. La follia della monacazione forzata portava alla perdita della propria identità e alla rinuncia dei piaceri e delle gioie del mondo, ingenerando spesso ribellione alla sofferenza, al sacrificio, alle privazioni. L’anima veniva mortificata nell’esercizio della rassegnazione, nell’annientamento delle inclinazioni personali e delle ambizioni: pecore in mezzo ai lupi, colombe in mezzo ai serpenti. Beatitudine e peccaminosità apparivano unite in una combinazione edificante, in un miscuglio informe di vizi e di virtù umane, nel fascino del proibito, e poco poteva la lotta per conseguire la liberazione dalle passioni e l’imperturbabilità dello spirito. Prese al laccio della forzata privazione, fu “umano”, per le fanciulle nascoste sotto il velo claustrale, assecondare quelle pulsioni prepotenti che si concentravano in loro stesse e che facevano parte del loro bagaglio. Dio era lontano e invisibile, la mondanità era vicina, a portata di mano, a opportunità da cogliere quale espressione del proprio essere. Su di esse, fatte strumento d’interesse, s’era affermata la prepotenza, la violenza, l’ingiustizia, costringendole a generare il male contro se stesse, in un dissidio tra Cielo e Terra, tra verità e confusione. Se la Religione ne fu oltraggiata, la colpa va ricercata nell’infamia della nobiltà e del potere civile e religioso arroccato nei propri privilegi e nell’uso ignobile delle fanciulle. La più vergognosa delle ingiustizie s’era abbattuta sulle monache di Monza forzate al peccato e alle quali era stata chiesta una tremenda riparazione alla santità pretesa e violata.

Così si lamentò suor Virginia: “Sono finalmente uscita dall’inferno… l’inferno di promesse estorte e di vita negata, l’inferno che mi ha bruciata schiava e serva infelice, l’inferno di una tomba buia e fredda, l’inferno delle torture, dello strazio del corpo e dell’anima, l’inferno del silenzio e della disperazione… Monza dimentica le mie passioni e le mie colpe, non lasciare che l’eco funesto di quei tragici eventi ai quali sono sopravvissuta possa ricacciarmi all’inferno… Potrò mai trovare pace io, Marianna De Leyva, Signora di Monza, figlia di Martino usurpatore delle mie eredità, uomo ingiusto e crudele che ha sacrificato la mia giovinezza ai suoi interessi e distrutto la mia vita, che mi ha rubato il diritto alla libertà di volere quello che la natura mi chiedeva, che, nel male, ha segnato la mia sorte…”.

lunedì 8 aprile 2019

Recensione: Benvenuti a casa Imbrogliovic | Un lettore a teatro


BENVENUTI A CASA IMBROGLIOVIC


testo e regia Stefano Fabrizi
con I Carta Bianca (Daniele Graziani, Lucio Dal Maso), Paciullo, Marina Marchione, Andrea D’Andreagiovanni, Angelo Di Palma, Pierluigi Ferrari



Non sempre le proposte di lavoro sono così serie come sembrano. A volte possono rivelarsi una vera e propria truffa soprattutto quando in ballo c’è un ingente compenso. Ed è quello che succede a un gruppo di attori, invitati a realizzare uno spettacolo teatrale nella villa degli Imbrogliovic, una famiglia tutt’altro che comune. Ma non sanno che il loro impresario, Angelo di Palma, in realtà non è altro che un uomo indebitato fino al collo con questa famiglia sinti e che si stanno per cacciare in un gran casino…

Gli spettatori infatti non gradiscono lo spettacolo e, quasi offesi per la festa rovinata, decidono di tenere in ostaggio gli attori pretendendo di vedere un’esibizione che li faccia ridere. Ed è qui che questo gruppo di comici mette in atto la loro performance migliore, escogitando un modo per sfuggire e recitando benissimo il ruolo di chi si sta adattando a quella situazione tragicomica.  
E la famiglia Imbrogliovic? Rappresentata sul palco da Pierluigi Ferrari e Andrea d’Andreagiovanni, da spettatrice diventa anche lei protagonista di questa recita assurda e al limite della realtà. Da persone che impartiscono gli ordini, i due Imbrogliovic vengono chiamati in scena come aiutanti per la recita che gli attori stanno organizzando.
Il duo Carta biancaDaniele Graziani e Lucio Del  Maso, Marina Marchione e Paciullo rivestono perfettamente il ruolo di attori sprovveduti, di comici che sanno fare tutto che tranne il loro mestiere.

Benvenuti a casa Imbrogliovic, scritto e diretto da Stefano Fabrizi, noto al pubblico per aver interpretato Romolo in Suburra, è una commedia esilarante in cui non mancano i colpi di scena, tra disavventure e imprevisti. Sullo sfondo di una scenografia semplice, che rappresenta il palco della villa, gli attori in scena grazie alla loro impeccabile esibizione e con battute serrate e divertenti, riescono a catturare il pubblico presente in sala e a regalare loro molte risate.



venerdì 5 aprile 2019

Benvenuto a casa Imbrogliovic - Teatro de' Servi | Un lettore a teatro


BENVENUTI A CASA IMBROGLIOVIC

testo e regia Stefano Fabrizi
con I Carta Bianca (Daniele Graziani, Lucio Dal Maso), Paciullo, Marina Marchione, Andrea D’Andreagiovanni, Angelo Di Palma, Pierluigi Ferrari


Avvertimento ad attori ed aspiranti tali: guardatevi dagli impresari truffatori, ma anche da un pubblico troppo esigente. Ve lo dice Stefano Fabrizi, autore e regista dello spettacolo in scena al Teatro de’ Servi dal 5 al 21 aprile: "Benvenuti a casa Imbrogliovic”.

Fabrizi, noto al grande pubblico anche per la sua recentissima partecipazione alla serie Netflix "Suburra", costruisce una trama surreale in cui istrionismo e comicità non costituiscono solo il supporto, lo strumento, ma diventano il tema stesso della commedia.
Gli attori, sul palcoscenico allestito in casa Imbrogliovic per una festa tra amici non proprio rispettabili, recitano o vivono davvero un loro personalissimo dramma dopo che chi li ha ingaggiati si è dichiarato scontento della loro performance pretende che sappiano farli ridere?

E gli spettatori, molto speciali indubbiamente, per usare un eufemismo "fuori dagli schemi", sono spettatori davvero? O sarebbe meglio chiamarli autori, registi, insomma parte attiva di uno spettacolo che, come sempre al Teatro de Servi, mette a confronto la burla e la tragedia, l'assurdo e il quotidiano con quel sottofondo dolce-amaro che il richiamo ai problemi dell'oggi genera inevitabilmente.

Aiuteranno a dare una risposta il duo Carta bianca, ovvero Daniele Graziani e Lucio del Maso, insieme a Marina Marchione e Paciullo nel ruolo di un gruppo di sprovveduti comici. Con loro Angelo Di Palma, un impresario troppo indebitato con gli strozzini per potere andare per il sottile quando si tratta di firmare un contratto. E infine la rumorosa, esuberante, litigiosa famiglia Imbrogliovic, proprietaria di una villa hollywoodiana così improbabile ... da somigliare a certe residenze del litorale romano assurte di recente agli onori della cronaca.

Non saranno più gli attori ma gli Imbrogliovic, interpretati da Pierluigi Ferrari e Andrea d’Andreagiovanni, ad imporre cosa fare e rivoltare i ruoli. La situazione si farà seria, rocambolesca, imprevedibile. Bisognerà uscirne e i nostri eroi sapranno farlo, forse anche al costo di qualche compromesso con la propria dignità.



INFO E PRENOTAZIONI
Dal 5 al 21 aprile 2019
tel. 06 67.95.130 /info@teatroservi.it
I settimana Venerdì ore 21 Sabato ore 17.30 e 21 Domenica ore 17.30
II e III settimana da Martedì a Venerdì ore 21 Sabato ore 17.30 e 21 Domenica ore 17.30
Biglietti:
Platea 24 euro
Galleria 20 euro

venerdì 15 marzo 2019

Cover Reveal: "La verità del sangue" di Fabrizio Roscini





LA VERITÀ DEL SANGUE
di Fabrizio Roscini 

Leone Editore 

In libreria dal 21 marzo  

DUE AVVERSARI, 
DUE FRATELLI, 
ACCOMUNATI DA UNO SCONVOLGENTE SEGRETO, 
NELLA GRECIA DEL v SECOLO A. C.
 
Antica Grecia, v secolo a. C. Due giovani di città diverse, due combattenti, lo spartano Arcade e l’ateniese Etèocle, vivono senza sapere del legame di sangue che li unisce. Il primo è un uomo forte e deciso, che sogna la gloria militare e desidera una relazione libera con la donna che ama; il secondo è più pacato e introspettivo, interessato prima di tutto a trovare una dimensione all’interno di una società che non comprende più ed è tormentato da un passato pieno di dolore. Dopo aver combattuto come avversari, la scoperta di essere fratelli sconvolge le loro certezze. Delusi e traditi, perché sentono di aver perso i valori della patria, abbandonano la loro missione per mettersi alla ricerca del padre perduto, per scoprire di un silenzio durato tanti anni. Li aspetta un lungo viaggio, pieno di pericoli e di incontri inaspettati, che li porterà a una rivelazione finale, che cambierà per sempre le loro vite.

Rantolando con strane smorfie, la Pizia emise un lungo gemito, prima di esprimere il suo vaticinio sibilando come un serpente: «La spada della discordia. La verità del sangue calerà su di voi come un fiume in piena. Chi reciderà i legami tra i tuoi cari?».

L’AUTORE
Fabrizio Roscini, nato a Roma nel 1993, è laureato in storia, antropologia e religioni presso l’Università Sapienza di Roma. Ha collaborato con alcune riviste online, tra cui «Quorum». Dalla sua passione per la storia e per la scrittura è nato, dopo anni di ricerche e approfondimento, la Verità del sangue, il suo primo romanzo storico.

domenica 24 febbraio 2019

Recensione: "Ricorda il tuo nome" di Nicola Valentini



RICORDA IL TUO NOME

Nicola Valentini

Leone Editore

342 pagine | 13,90€

Al termine della Seconda guerra mondiale, due ebrei feriti sono ricoverati nella stessa clinica. Uno ha perso la memoria, l’altro l’uso delle gambe. Durante la degenza, tra i due si instaura una profonda complicità e insieme decidono di vendicarsi dei gerarchi nazisti di Buchenwald, in particolar modo dell’ufficiale Eike Aumann. I loro movimenti attirano però le attenzioni del comandante della polizia militare americana Berger e di un altro ebreo deportato, ormai noto come il Cacciatore di nazisti. Il destino dei quattro uomini si compirà al termine delle rispettive ricerche, quando giungeranno nel covo di Aumann.


"Non vuoi solo che la loro morte sia così facile, così scontata. Desideri che prima soffrano, ma non nel fisico, vuoi che soffrano psicologicamente, che si consumino nell'attesa del loro ultimo momento, sapendo che sta arrivando.

Il tema dell’olocausto, dei lager e della crudeltà dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale è uno dei più difficili da affrontare ma anche uno dei più trattati in letteratura. 

Sono molti i romanzi che parlano di questo argomento, ma non tutti riescono a farlo come si dovrebbe.


Nicola Valentini è uno di quegli autori che riesce a farti rivivere quanto accaduto con la giusta sensibilità. Con Ricorda il tuo nome si viene catapultati nel dopoguerra e, attraverso i ricordi dei protagonisti, anche nei difficili anni della Seconda Guerra Mondiale.
Saul Ben Younes e Zakhor si conoscono nella clinica San Marco nell’aprile 1945. Il primo è rimasto paralizzato in seguito all’esplosione di una bomba, il secondo non ricorda nulla di ciò che ha vissuto. Sarà Saul ad aiutare Zakhor, ed è proprio lui a dargli quel nome che significa “ricorda”, attraverso i suoi racconti e le fotografie che scattava a Buchenwald, il campo di concentramento dove si trovavano i due. 


Per Zakhor non sarà facile, soprattutto dopo aver recuperato del tutto la memoria… Perché ci sono ricordi che non sempre vorremmo ci tornassero in mente.  

È attraverso gli occhi di Saul che riviviamo tutto l’orrore della Seconda Guerra Mondiale. I suoi ricordi sono così vividi e così reali tanto da lacerarti dentro, il cuore si al solo pensiero che gli ebrei abbiano dovuto subire tanta malvagità. Essere trattati come bestie, se non peggio, essere derisi e essere oggetti di scherzo e di divertimento da parte dei nazisti è una cosa davvero inconcepibile ma, purtroppo, è quanto è accaduto davvero. Il fatto più grave è essere privati della propria identità: nessun nome, nessun cognome. Solo un numero, nient’altro. È così che gli ebrei deportati perdevano non solo quanto di materiale avevano, ma tutto ciò che facevano di loro un essere umano. 

Ricorda il tuo nome è un romanzo in cui i valori vengono distrutti, non vengono rispettati. 
Ed è proprio per questo che i due protagonisti sono desiderosi di avere la propria giustizia personale. Una vendetta per riuscire a ritrovare quel briciolo di dignità e umanità che sembra ormai persa. Ma sulle tracce dei nazisti non ci sono solo loro, c’è anche Shimon Philipkowski, il Cacciatore di nazisti, che per vendicarsi sceglie una via più legale, a differenza di Saul e Zakhor.  


C’è una parola in ebraico, Zakhor, che vuol dire ricorda. Non è un invito, ma un imperativo, perché nella nostra tradizione è fondamentale ricordare. Senza i ricordi saremmo alberi senza radici. 
I personaggi sono tutti ben caratterizzati e costruiti, così come i luoghi in cui è ambientato il romanzo.
Saul, fotografo di professione prima di essere deportato, documenta quanto vissuto a Buchenwald proprio con le sue foto. Nonostante quanto sopportato, riesce a ritrovare quel poco di coraggio che serve per andare avanti, per provare a riprendere in mano la propria vita. Non è un’impresa facile, ma anche grazie all’incontro con Zakhor. Di lui si sa molto poco all’inizio, ma pian piano si scoprirà molto su quest’uomo senza memoria e dal volto sfigurato. 

Shimon Philipkowski, anche lui ebreo, è uno di quello che è riuscito a ritrovare un proprio posto nel mondo dopo la terribile esperienza dei campi di concentramento. Spinto dalla voglia di trovare giustizia per quanto subito, si mette a caccia dei nazisti per poter vendicare i loro atti ingiustificabili.
Ma c'è un uomo, Erike Aumann, comandante di Buchenwald, che è l'ultimo della lista e che è un elemento importante nel corso della storia. Su di lui non si sa nulla, e le sue tracce sembrano essersi perse dopo la fine della guerra. 


Ricorda il tuo nome è un thriller costruito perfettamente, con la giusta dose di suspense ma non solo. Molto accurato dal punto di vista storico, mescola in sé nella giusta dose storia e mistero. E il finale… lascerà a bocca aperta chi sta leggendo. 

Da Buchenwald alla clinica San Marco, questo romanzo crea nel lettore un misto di sentimenti che vanno dalla rabbia al dispiacere.

Consiglio Ricorda il tuo nome a chi è appassionato di questo periodo storico, a chi cerca un romanzo diverso dagli altri.
«Ogni giorno poteva essere l’ultimo; lo facevano di proposito, volevano distruggerti anche psicologicamente, tenerci sempre sul filo del rasoio; ci lasciavano di proposito una piccola possibilità, una speranza piccola così.» Disse attaccando indice e pollice. «E poi ce la toglievano» aggiunse alzando all’improvviso il tono. «Ti svegliavi e iniziavi a lavorare, poi facevi un piccolo errore e ti uccidevano».

sabato 23 febbraio 2019

L'uomo di qualità - Teatro Patrocinio San Giuseppe | Un lettore a teatro


L’UOMO DI QUALITÀ



FONTE NUOVA – COMMEDIA IN ATTO UNICO

Il 23 e il 24 febbraio, al teatro Patrocinio San Giuseppe debutterà  “L’Uomo di Qualità”

Molière colpisce ancora e il 23 e il 24 febbraio, presso il teatro Patrocinio San Giuseppe, in Via Primo Maggio 1, nella località di Fonte Nuova, andrà in scena “L’Uomo di Qualità”, commedia tratta da “Il Borghese Gentiluomo”.
La compagnia ha rimesso mano al testo con una nuova traduzione, l’intento è stato quello di mettere in luce il carattere giocoso e brillante di Molière, mescolandolo al vissuto contemporaneo.
La regia è di Stefano Ferrara ed in scena con lui ci saranno Stefano Santini, nel ruolo del Signor Giordano, Giulia Maria Gallo, Giulia Malavasi, Paola Camilloni, Gaetano Carbone, Claudio Capezzuoli e Michela Malavasi.
Adatto ad un pubblico di tutte le età, “L’Uomo di Qualità”, è la storia del Signor Giordano, figlio di mercanti che aspira ad entrare a far parte  dell’alta società.
Sabato la prima sarà alle ore 21 mentre domenica 24, l’appuntamento è alle 18 e alle 21.


mercoledì 20 febbraio 2019

"Ricorda il tuo nome" di Nicola Valentini. Tra le pagine: luoghi ed estratti del romanzo



Non è mai facile raccontare tutto ciò che gli ebrei subirono durante la Seconda Guerra Mondiale. Penso che sia uno dei temi più delicati da affrontare, ma Nicola Valentini in Ricorda il tuo nome lo fa con estrema sensibilità.
È un thriller scritto così bene che ci fa quasi rivivere l’orrore di quel tempo, grazie non solo alla forte caratterizzazione dei personaggi, ma anche grazie all’ambientazione ben delineata.
Buchenwald si trova in quella parte della Germania che diventò Ddr dopo la guerra. Da questo lungo viale, la prima cosa che il visitatore vede è il monumento costruito per la memoria. Lo si scorge a chilometri di distanza e la sua vista, unita alla consapevolezza di quello che vi è successo, sembra quasi un monito per l’umanità. […] Ho appena imboccato la strada principale, quella da cui tra poco potrò rivedere l’ingresso principale del campo. Dopo la guerra l’hanno battezzata Blustraße, strada del sangue.
Bunchewald è uno dei luoghi protagonisti di questo thriller. Istituito nel luglio 1937, fu uno dei più grandi campi di concentramento della Germania nazista. Furono deportati circa 240mila uomini, e addirittura si dice che le vittime furono 56mila.
Avanzo ancora ed ecco il recinto di filo spinato: sono quasi tentato di andarlo a toccare per vedere se è ancora elettrificato. Mi guardo attorno e vedo anche le torrette di sorveglianza, ma dentro non c’è nessuna guardia. […]. Volgo lo sguardo un po’ più a destra e sento il cuore perdere un colpo: ho appena messo a fuoco il famigerato bunker, la prigione del campo. È stata la mia casa, con le celle, gli uffici della direzione delle SS, l’edificio dove gli ospiti venivano rasati, disinfettati e catalogati. E poi ecco il piazzale delle adunate.
Altro luogo importante del romanzo è la clinica San Marco, in Norimberga, dove si conoscono Saul Ben Younes e Zakhor nell’aprile 1945. Una delle tante cliniche affollate che ospitavano coloro che erano riusciti a sopravvivere ai lager.
Un posto che, seppur tra non poche difficoltà, riusciva a regalare ai suoi ospiti quella tranquillità che era venuta a mancare da tempo. Ed era anche il posto in cui i degenti pian piano recuperavano il rapporto con il mondo esterno, non erano più costretti a stare in un’area ristretta delimitata da un filo spinato. Ma non solo: molti pazienti arrivavano lì senza memoria, senza ricordarsi il proprio nome, e dovevano intraprendere un percorso di recupero di quell’identità che i nazisti gli avevano portato via. È proprio il caso di Zakhor, giunto lì con il volto sfigurato e senza nessun ricordo.
La prima volta che videro il panorama esterno della clinica furono condotti da due infermiere giovanissime che si rivolgevano a loro in modo fin troppo gentile e mieloso, quasi con pietà; però la passeggiata servì a far apprezzare loro nuovamente il mondo esterno. Si limitarono al lungo viale alberato che conduceva nel parco, perfetto per apprezzare l’aria ormai fresca sulle parti scoperte dei loro corpi, evitandogli al contempo il tenue sole del periodo. Quell’angolo di clinica era un’oasi di pace e tranquillità in cui erano accompagnati anche dai lievi rumori della natura e dalle voci smorzate degli altri residenti.

Nella clinica San Marco Saul e Zakhor instaurano un rapporto profondo ed è attraverso i ricordi di Saul che riviviamo l’arrivo a Buchenwald degli ebrei e tutto ciò che sono costretti a patire dopo. Un vero e proprio luogo infernale: solo a leggere certe descrizioni, certe situazioni, viene la pelle d’oca. 
I ricordi di Buchenwald sono vividi nella mente di Saul: Buchenwald ti privava di tutto, non solo del tuo nome. La fiducia era è un valore perso ovunque, nessun deportato si fidava dell’altro per paura che qualcuno potesse tradirlo.  Portava una persona anche a desiderare di morire il prima possibile, e a cercare questa morte, disobbedendo a un ordine oppure provando a fuggire, così da sperare che le SS sparassero subito.
Il crematorio era stato ricavato in un tunnel. […] A volte accadeva che i prigionieri venissero eliminati in una delle camere a gas improvvisate che si trovavano nello stesso tunnel. I corpi venivano trasportati dall’altra parte dove c’erano i forni. Anche qui era necessario ottimizzare il lavoro. Si stipavano i cadaveri in maniera da riempirli completamente: quelli dei bambini venivano sistemati in modo da tappare ogni buco libero. […] I forni erano accesi ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni.
Gli ebrei altro non erano che delle bestie, non erano considerati come esseri umani.
Da Buchenwald, alcuni ebrei furono spostati a Dachau, campo di concentramento che, insieme a quello di Auschwitz, è diventato un simbolo dei lager nazisti. La marcia per arrivare a Dachau viene descritta da Saul come una lunga agonia, e molti avevano incontrato la morte durante lo spostamento.
Ma a Dachau Saul non arriverà mai, perché resta ferito alle porte di una cittadina non molto lontana da quel lager. E da lì si ritrova alla clinica San Marco.  
Quando Saul e Zakhor escono dalla clinica, la scena si sposta in varie città, da Amburgo a Berlino, da Stoccarda a Monaco. È in queste città che si consuma la vendetta dei due protagonisti, desiderosi di vendicarsi di quanto successo a Buchenwald, di avere la loro giustizia.
E finalmente riecco davanti a me l'ingresso. Altre persone, in silenzio, sono dirette lì, stanno per entrare; alcuni giovani sorridono abbracciati, mentre si fanno un selfie con lo sfondo del cancello e di quella scritta a me familiare: Jedem das Seine, "A ciascuno il suo". Adesso sono proprio sotto la scritta; non vedo più nessuna delle persone attorno; i miei occhi ormai malati rivedono soltanto le immagini di allora: il campo con gli stessi colori, gli stesso odori di un tempo, divisi e simboli delle SS. [...] Odo voci brutali che danno il tormento, rivedo cani che abbaiano e che azzannano, sento ordini, lamenti, implorazioni e pianti di bambini e di mamme disperate. 

lunedì 11 febbraio 2019

Recensione: "Ogni cinque anni" di Paige Toon [Review Party]




OGNI CINQUE ANNI


di Pagine Toon


Leone Editore

360 pagine | 14,90€

Nell e Vian si incontrano quando sono ancora bambini, perché il padre di lei e la madre di lui si innamorano. Presto, però, una tragedia costringe Vian a trasferirsi dall’altra parte del mondo. Cinque anni dopo si incontrano di nuovo e il loro legame si trasforma, andando oltre il semplice rapporto tra fratello e sorella. Tuttavia, ancora una volta, sono costretti a separarsi. Per le due decadi successive, il destino incrocerà le vite di Nell e Vian ogni cinque anni, ma le circostanze troveranno sempre il modo di dividerli. I due troveranno la felicità? Potranno mai amarsi e stare insieme per sempre?



Quello che ti sto dicendo è che, anche se adesso questa ti sembra la cosa peggiore mai successa, un giorno potresti guardarti indietro e renderti conto che è accaduta per un motivo. Una volta mio padre mi dette il consiglio dei “cinque anni da adesso”, non l’ho mai dimenticato. 
La vita, si sa, sa essere sempre imprevedibile. Ci fa incontrare una persona, poi ci costringe a separarci da questa… per farcela incontrare di nuovo. Ci fa innamorare di chi mai avremo pensato e ci fa gioire e soffrire insieme.
Nell ha cinque anni quando incontra Vian. Dopo un'iniziale diffidenza nei confronti di quel bambino e di sua madre che erano entrati nella vita di lei e di suo padre, i due legano molto, tanto da promettersi a soli sei anni di sposarsi in un futuro. Ma non sanno che, presto, una tragedia stravolgerà le loro vite e Vian sarà costretto ad andare a vivere in Australia, dall’altra parte del mondo.

Esattamente cinque anni dopo si incontrano di nuovo. Pur non rivedendosi da così tanti anni, ritrovano quella complicità che li ha uniti sin da piccoli e che sembrava essere andata quasi persa a causa della distanza. Ma è una complicità che unisce non tanto un fratello e una sorella, più due innamorati. I due sono però nuovamente costretti ad allontanarsi e a ricontrarsi nuovamente dopo cinque anni. La loro vita è così segnata: destinati a incontrarsi, ad allontanarsi, a riavvicinarsi, ad amarsi e a doversi salutare di nuovo. E tutto accade ogni cinque anni. Anche se il destino non ha riservato loro una storia facile, anche se le loro strade tendono a separarsi e a incrociarsi di continuo, Nell e Vian saranno sempre legati tra di loro, con la consapevolezza che l’uno apparterrà sempre all’altro.  

Paige Toon riesce a travolgere il lettore in questa storia così appassionante, così intima, ma anche così tormentata. E lo fa attraverso i ricordi di Nell: è lei a ricordare la sua infanzia, il suo passato e il suo amore per Vian. In Ogni cinque anni non c’è posto per le favole, per il “e vissero felici e contenti”. Questa è una storia d’amore tanto bella quanto straziante, e Paige Toon riesce a fartela vivere a 360° gradi, ti fa sentire parte di questo rapporto così difficile e ti fa entrare in sintonia con entrambi i protagonisti. L’autrice caratterizza in modo perfetto Nell e Vian, nel corso del romanzo si assiste alla loro crescita personale e ogni sfumatura del loro carattere viene fuori.
Le si spezzava il cuore quando il padre di Vian gli mandava cartoline dall’Australia. Lui era al settimo cielo quando ne arrivava una in cassetta, ma poi si richiudeva in se stesso, e niente che Nell dicesse poteva risollevarlo dal suo pessimo umore. Aveva imparato a dargli semplicemente un abbraccio in quei momenti.  
Nell appare sin da subito come una persona dal carattere molto più forte rispetto a quello di Vian. A lei piace socializzare, è molto generosa e tende ad aiutare l’altro quando capisce che è in difficoltà; Vian, invece, ha una personalità più chiusa, è molto più taciturno e a volte quasi troppo impulsivo.

Ogni cinque anni è un romanzo che consiglio di leggere a chi non cerca la classica storia d’amore, a chi cerca qualcosa di più, qualcosa di vero e autentico. Paige Toon ha la grande capacità di catturare il lettore sin dalla prima pagina e di far sì che difficilmente stacchi gli occhi dal libro.

L’amore non è tutto rose e fiori, regala momenti belli quanto momenti tristi. E Paige Toon con la storia di Nell e Vian descrive benissimo tutte le sfaccettature di questo sentimento così intenso, così affascinante, così struggente. 
Sono felice. Moltissimo. Ma Ellie si sbagliava. Sono sempre stata di Van. Sarò sempre di Van, o almeno una parte di me lo sa. Sotto al tavolo mi stringe il mignolo con il suo. E anche lui lo sa. 


mercoledì 19 dicembre 2018

Biscotti pan di zenzero | Cooking&Reading


Oltre al panettone e pandoro, quale dolce rievoca alla perfezione l’atmosfera natalizia? Senza ombra di dubbio, i biscotti pan di zenzero! Dal classico omino alla renna, i gingerbread sono un must in questo periodo. Non sono solo buonissimi da mangiare, ma anche perfetti per decorare l’albero di Natale.  
Si dice che siano stati portati in Europa, e precisamente nella cittadina di Pithiviers, in Francia, da un monaco armeno, Gregorio di Nicopoli, nel 992. Nel Medioevo si utilizzavano come prodotti terapeutici per combattere l’indigestione, tant’è che in Inghilterra erano venduti anche nelle farmacie.  Ma non solo. Questi biscotti venivano usati anche come omaggio dalla regina Elisabetta I d’Inghilterra, che faceva realizzare per i suoi ospiti più importanti gingerbread a grandezza naturale.

BISCOTTI PAN DI ZENZERO


INGREDIENTI (per circa 20 biscotti) 

Per i biscotti 
  • 350gr farina 
  • 150gr burro 
  • 150gr zucchero di canna 
  • 150gr miele 
  • 1 uovo 
  • ½ cucchiaino di lievito in polvere 
  • 1 pizzico di sale 
  • 2 cucchiaini di zenzero 
  • 2 cucchiaini di cannella 
  • ½ cucchiaino di noce moscata 

Per la glassa 
  • 1 albume 
  • 125gr zucchero a velo

PROCEDIMENTO 
Mescolate la farina, il lievito, le spezie e il sale. Mettete la farina e le spezie in un mixer, aggiungete lo zucchero e il miele e mescolate. Infinite, aggiungete il burro tagliato a dadini. 

Frullate, poi ponete il composto su una spianatoia infarinata formando una fontana. Versate l’uovo e lavorate il tutto velocemente fino ad ottenere un impasto omogeneo. Formate una palla, avvolgetela nella pellicola e fate riposare in frigorifero per un’ora.  

Su una spianatoia infarinata, con un mattarello stendete la pasta ad uno spessore di circa 5 mm. Create i biscotti con la forma natalizia che più vi piace, posizionateli su una teglia rivestita di carta forno e infornate in forno preriscaldato a 170° per circa 12/15 minuti.  

Una volta che si sono raffreddati, decorate a piacere con la glassa che avrete realizzato poco prima montando a neve l’albume a cui va incorporato man mano lo zucchero.  

I vostri gingerbread sono pronti, perfetti da gustare con un caffè e una lettura natalizia!