lunedì 11 settembre 2017

Cover reveal: "Alla deriva" di Chris Simms



Titolo: Alla deriva
Autore: Chris Simms
Editore: Leone Editore
Collana: Mistéria
Pagine: 448
Prezzo: 14.90€

L’ispettore di Manchester Jon Spicer e il suo collega Rick vengono incaricati di indagare sul brutale assassinio di un richiedente asilo russo, ma si trovano in un vicolo cieco quando l’identità dell’uomo si rivela falsa. Gli unici indizi sono un gommone trovato alla deriva, delle misteriose lettere restituite dal mare e una flottiglia di paperelle di gomma che navigano in direzione della costa britannica. Intanto altri richiedenti asilo iniziano a morire, ognuno ucciso nello stesso orribile modo. Anche Spicer e la sua famiglia si trovano in mortale pericolo, perché la sua ex moglie Alice, un’assistente sociale, sta cercando di aiutare una giovane donna, che è il prossimo obiettivo del killer. 


Stavano in fondo alla zattera e non sapevamo quale sarebbe stata la loro mossa successiva. La mia immaginazione creava dei mostri spaventosi. Il fulmine li ha illuminati mentre allentavano le corde legate alla nostra zattera, volevano ucciderci tutti quanti. Li abbiamo aggrediti. Delle dita tentavano di cavarmi gli occhi. Un’onda mi ha spinto giù dalla zattera, così ho afferrato una corda. Ho sentito qualcuno scivolare su di me, le sue urla farsi sempre più lontane.

L’AUTORE
Chris Simms (1969, Horsham, West Sussex) è un autore britannico di più di venti romanzi polizieschi. Si è laureato presso l’Università di Newcastle e poi ha iniziato a viaggiare in tutto il mondo. L’idea per il suo primo romanzo gli è venuta sulla corsia di un’autostrada nelle prime ore del mattino, mentre era in attesa di un mezzo di soccorso per la sua automobile in panne. Gli spunti per i libri successivi sono nati da ogni genere di situazione: intravedendo una chiesa abbandonata dal finestrino di un treno in movimento; leggendo un articolo di giornale su un uomo che sosteneva di essere stato attaccato da una pantera; ascoltando un programma radiofonico su una flottiglia di paperelle di gomma gialle che, cadute da una nave da carico, fluttuavano lentamente attraverso l’Atlantico. Non può mai sapere quando l’ispirazione sta nascendo. Ma, per fortuna, le idee continuano ad affiorare nella sua testa.

venerdì 8 settembre 2017

Anteprima: "In vetta al mondo" di Roberta Melli



Titolo: In vetta al mondo
Autore: Roberta Melli
Editore: Leone Editore
Collana: Mistéria
Pagine: 256
Prezzo: 12.90€

NON SI PUÒ SFUGGIRE PER SEMPRE DAI PROPRI DEMONI. SULLE CIME DELLE DOLOMITI, UN THRILLER AD ALTO TASSO DI ADRENALINA.

Teo Alberti, ispettore di polizia della sezione omicidi del distretto di Torino, deve tornare al paese natio poiché la madre è in fin di vita. Lì conosce una ragazza mulatta che vive in Svizzera: tra i due nascerà una intensa relazione, ma un brutale omicidio cambierà ogni cosa. Teo si troverà alle prese con un’indagine complessa e con una vittima dal passato oscuro, collegata ai cartelli della droga del Sudamerica. La presenza quasi eterea di un lupo albino che sembra seguire proprio il protagonista si rivelerà anch’essa un’importante traccia che aiuterà la conclusione dell’indagine.

ESTRATTO

Teo non conosceva la paura, con il suo lavoro aveva vissuto situazioni difficili anche solo da raccontare, e le aveva affrontate sempre con raziocino e freddezza. Ora però c’era qualcosa che lo terrorizzava perché impossibile da comprendere: appena visibile, un’altra figura sovrastava la sagoma della bestia albina, enorme e candida come il manto del lupo.

L’AUTRICE
 Roberta Melli è nata a Vicenza, dove vive e lavora. Insegna Chimica e Scienze al liceo scientifico, ma nel tempo libero pratica free climbing, alleva insetti e si dedica alla sua vera passione, la maratona. Con Senza tregua (2016) ha vinto il Premio Letterario del Leone VII edizione.  

mercoledì 6 settembre 2017

Segnalazione: "L’altra linea della vita" di Roberta Cuttica e Flavio Troisi



Titolo: L’altra linea della vita
Autore: Roberta Cuttica e Flavio Troisi
Editore: Mondadori
Pagine: 216
Prezzo: 17€


Leon ha sedici anni, una bella famiglia e tutta la vita davanti, ma sta per perdere la persona cui tiene di più al mondo, Sylvia, la sua migliore amica, minata da una grave malattia. Prima di andarsene, la ragazza gli regalerà un diario fitto di parole preziose, che lo guideranno in un viaggio disseminato di incontri sospesi fra realtà e magia. Comincia così per Leon un’avventura senza respiro, dove un ruolo sorprendente e fondamentale sarà giocato dal diario ricevuto in dono. Un viaggio rocambolesco, in cui il ragazzo si imbatterà in una selva di personaggi indimenticabili e dovrà decidere a ogni passo se seguire la strada principale, la più battuta, oppure un altro percorso, costellato di ispirazioni ineffabili e decisioni temerarie in grado di cambiare la sua vita per sempre. “Realismo è il nome che la maggioranza dà alla propria versione della realtà, la linea della vita seguita dai più. Ma esiste un’altra linea, visibile a te soltanto, a patto che decidi di imparare a coglierla. Indica un’altra direzione, la tua, e conduce a mete inimmaginabili.” L’altra linea della vita è un avvincente romanzo di formazione in cui due storie parallele s’intrecciano trasformando l’avventura di Leon in un viaggio di autoconoscenza e crescita interiore. Un viaggio che è quello di tutti noi. 

“A un certo punto non c’è più bisogno di trovare le ragioni per battersi, c’è bisogno di trovare le ragioni per non mollare, per continuare, per credere ancora. Di solito è in quel momento che si realizza la conquista più importante. Te stesso.”

venerdì 1 settembre 2017

Recensione: "Blood" di Robyn Young


Jack stese la mano, fissando l’anello. Il disco d’oro scintillava nella luce screziata del sole. Era sempre stato soltanto un anello per lui, importante unicamente perché apparteneva a Sir Thomas. Non aveva mai avuto alcun significato particolare fino a quel momento. L’anello, la lettera, la cassaforte nella casa abbandonata, tutto riportava a Vaughan, ma sentiva che quel mistero si allargava anche oltre. Ma dove? E verso chi?

Titolo: Blood
Autore: Robyn Young
Editore: Leone Editore
Collana: Orme
Pagine: 544
Prezzo: 14.90€

Jack Vaughan, figlio illegittimo di Sir Thomas Vaughan, viene inviato da lui in Spagna a custodire un prezioso segreto di cui non conosce l’entità. Nel frattempo il padre è arrestato e fatto giustiziare da Riccardo, conte di Gloucester, che reclama il trono d’Inghilterra. Jack decide così di ritornare in patria, portando con sé il tesoro che qualcuno sta tentando di rubargli. Giunto al villaggio natio, scopre che sua madre è stata uccisa brutalmente da dei misteriosi sicari e che Edoardo, il legittimo erede al trono, è tenuto ostaggio dall’usurpatore; non gli rimane quindi che allearsi con gli oppositori che tramano alle spalle del tiranno e imbarcarsi in una missione per liberare il principino. Intanto, le incessanti lotte per il trono d’Inghilterra, coinvolgono anche Harry, il fratellastro che Jack non ha mai incontrato.



Sulla Guerra delle due Rose, purtroppo, non sono stati scritti molti romanzi. Sui Tudor, e in particolar modo su Enrico VIII, si trovano molti più titoli: ma sull’era precedente davvero molto poco, in particolar modo nel nostro Paese. Proprio per questo, quando ho visto che in Italia usciva Blood, ne sono rimasta piacevolmente colpita! Un bel librone di più di 500 pagine che racconta l’ultima fase di questa guerra, in cui i protagonisti sono soprattutto Riccardo III e Enrico Tudor. Infatti, la Guerra delle due Rose si concluderà nel 1485 con la battaglia di Bosworth e il successivo matrimonio tra Elisabetta York, figlia di Edoardo IV e Elisabetta Woodville, la quale ha avuto un ruolo importante anche dopo la morte del marito, e Enrico Tudor, colui che dà inizio alla dinastia Tudor.

Fatta questa premessa storica, passiamo ora a parlare del romanzo in sé per sé. Il protagonista è Jack Vaughan, figlio di Thomas Vaughan, ciambellano di Edoardo IV. Alla morte del suo re, sir Thomas era rimasto fedele al figlio, Edoardo V. Ma il prorompere sulla scena di Riccardo di Gloucester causa nuovi scompigli in Inghilterra: dichiarando illegittimi i suoi nipoti e delegittimando quindi il trono di Edoardo V, si proclama lui stesso re. Sir Thomas e Richard Grey, accusati di tradimento, vengono condannati a morte. Jack, che in quel momento si trova a Siviglia, quando viene a conoscenza della morte del padre decide di ritornare nel suo Paese natale. Porta con sé anche un segreto affidatogli dal padre: un segreto che mette a repentaglio la sua vita in più di un’occasione ma che lui protegge ad ogni costo.
Parallelamente alle sue avventure, si svolgono quelle che coinvolgono i personaggi più rilevanti del secolo. Oltre a Riccardo, sulla scena si muovono anche Elisabetta Woodville, che vuole liberare suo figlio Edoardo V rinchiuso nella torre con suo fratello, dapprima per la loro salvaguardia e in seguito per tutelare il nuovo re Riccardo III. Oltre a lei, troviamo anche Margaret Beaufort, desiderosa di mettere sul trono suo figlio Enrico. 

Blood si presenta quindi come un romanzo che racchiude in sé anni importanti di storia inglese che si intrecciano con la le vicende coinvolgente che riguardano Jack.

Il giorno in cui Vaughan era giunto a Lewes – agitato come Jack non l’aveva mai visto – e gli aveva consegnato il cilindro di pelle chiedendogli di portarlo a Siviglia e di proteggerlo, Jack aveva finalmente scorto una possibilità di dimostrarsi degno dell’investitura. Suo padre gli aveva promesso di raggiungerlo; gli aveva assicurato che si sarebbe trattato di qualche mese al massimo. Ma i mesi erano diventati un anno, e quel seme amaro seppellito in Jack si era trasformato in un albero, sui cui rami la speranza era appassita e, infine, morta.

Se cercate un saggio storico, non leggetelo. Nascendo come romanzo storico, è lecito che in alcuni punti l’autrice usi la sua personale interpretazione dei fatti o che, qualora vi sia un buco storico in alcuni eventi, usi la sua fantasia. Lei stessa, in una nota finale, spiega ciò aggiungendo che alcuni eventi sono modificati per rendere la narrazione più scorrevole. Tra i misteri storici tutt’ora irrisolti, c’è anche quello della scomparsa di Edoardo V e del fratello, dei quali improvvisamente di loro non si ha più traccia. Qualcuno ha ordinato la loro sparizione? E chi? Ero proprio curiosa di sapere come l’autrice avesse affrontato questo tema scottante e, devo dire, non sono rimasta delusa.

Sono molti i personaggi che troviamo in Blood, sia realmente esistiti che di pura fantasia: sono tutti così ben delineati che sembra quasi impossibile fare una netta distinzione. Lo stesso Jack è un personaggio così ben riuscito che si fatica a credere che sia solo frutto della fantasia dell’autrice. E se doveste perdervi tra i molti nomi, alla fine del libro trovate un elenco molto utile con una breve descrizione.
Tornando a parlare di Jack, egli appare come un uomo orgoglioso e duro all’esterno. Costretto a sopportare sin da piccolo le offese ricevute per essere un figlio bastardo, cresce soffrendo la mancanza del vero padre. Cerca a tutti costi di conquistare la sua stima, ma il figlio legittimo Harry ricopre, ovviamente, un ruolo primario. Nonostante tutto, inizia la sua ricerca desideroso di conoscere la verità e di capire meglio quanto gli è stato nascosto.  
Altro personaggio che ho trovato ben caratterizzato è stato Riccardo III. Su di lui hanno detto e scritto molto, soprattutto in negativo. Qui Riccardo appare come un uomo bramoso di potere, che non ci pensa due volte a far fuori dai giochi chi lo ostacola nella sua corsa al potere. Un sovrano che governa su un’Inghilterra devastata dai conflitti e che deve garantirsi la stabilità sul trono: un’impresa difficile, considerando i molti pretendenti alla corona inglese. Troppo speranzoso, quasi illuso, di poter donare al suo Paese quella pace tanto desiderata.

Sì, c’era ancora del lavoro da fare – alleanze da costruire e consensi da guadagnare – ma, a tal fine, aveva già programmato un viaggio ufficiale, subito dopo l’incoronazione. Il suo regno poteva anche essere nato nel sangue e nel disordine, ma ora intendeva dimostrare ai sudditi che il futuro sarebbe stato diverso. […] La bianca rosa di York sarebbe rifiorita in lui ancora una volta, erede della grande casata dei Plantageneti. E il suo regno sarebbe stato splendido, rigoroso e giusto.

Con uno stile che incanta e un linguaggio articolato, Robyn Young difficilmente annoia.
Accanto ai dialoghi e ai fatti, ci sono anche bellissime descrizioni che permettono di rivivere a pieno l’Inghilterra del XV secolo. Grazie a una buona ricostruzione storica, si capiscono meglio eventi e lotte di quel periodo: si percepisce il dramma che i personaggi sono costretti a vivere, a partire da Riccardo sino ad arrivare a Jack.
In alcuni punti la narrazione può sembrare ridondante, ma ecco che subito si riprende regalando scene avvincenti.


Un romanzo che gli appassionati di storia inglese non possono perdersi! 

e mezzo

martedì 29 agosto 2017

Segnalazione: "Il cuore e l'asfalto" di Paolo Marcacci


Sarà in libreria dal 31 agosto "Il cuore e l'asfalto", il nuovo libro di Paolo Marcacci dedicato alla vicenda umana e sportiva di Gilles Villeneuve, edito da Kenness Publishing. 

Era minuto e delicato, quel giovane canadese salito in fretta e furia su un volo per l'Italia; aveva pensato a uno scherzo, quando gli avevano detto che Enzo Ferrari lo aveva convocato a Maranello, per proporgli di sostituire Niki Lauda, il campionissimo che se n'era andato sbattendo la porta. Cominciò così, per scommessa e quasi per caso, la leggenda di Gilles Villeneuve, che aveva un volto da poeta e quasi spariva all'interno dell'abitacolo. 
Paolo Marcacci la racconta in pagine dense di passione e di epos, dove tra mostruose accelerazioni e spaventose carambole trovano spazio una serie di riflessioni poetiche ed esistenziali: il fato e la solitudine dei predestinati; le amicizie tradite come quella di Noodles in "C'era una volta in America", il folle volo di Ulisse. Dagli esordi sulle motoslitte al giro fatale di Zolder.

Sullo sfondo, la bella e dannata Formula Uno degli anni ottanta: già sofisticata e al tempo stesso ancora pionieristica; dove la meccanica ancora non aveva ceduto il predominio all'elettronica e dove un manipolo di fuoriclasse dal talento smisurato dava vita a epici duelli sui circuiti di tutto il mondo. Sulla stessa griglia di partenza, prendevano posto, tutti assieme, Lauda, Piquet, Peterson, Laffite, Prost, Andretti e tante altre leggende del volante. In mezzo a loro, d'improvviso, dal nulla sterminato delle nevi canadesi fece capolino il sorriso malinconico di Villeneuve, veloce tra i veloci, spostando la soglia del rischio un poco più oltre, per scrivere una storia che già stava diventando leggenda, tra il frastuono dei pistoni e i battiti di un cuore nato per l'asfalto.

lunedì 28 agosto 2017

"L'anima sul fondo del bicchiere" di Annalisa Dominjanni

Con enorme piacere, oggi ospito un bellissimo racconto scritto da Annalisa Dominijanni. Nonostante la sua brevità, mi ha trasmetto sensazioni diverse: inizialmente rabbia, poi speranza. Leggetelo e fatevi trascinare anche voi nella storia di Joe.


«Ma ora puoi scegliere se ucciderti con le tue stesse mani o scrivere.Sei un artista Joe, non dimenticarlo mai.Non dimenticare mai che la bellezza e l’arte ti hanno salvato».

Un’altra giornata trascorsa a fingere che tutto vada bene: il lavoro è quello dei tuoi sogni, il matrimonio non è arrivato agli sgoccioli, i tuoi figli non sono in perenne ansia per le tue assenze, di cui nemmeno tu ti accorgi, troppo preso a rincorrere l’anima sul fondo del bicchiere. Quel bicchiere in cui ti perdi ogni sera, fino a chiedere alla tua immagine riflessa nel bagno del bar chi sia quel pezzente con gli occhi cerchiati di blu e il vomito sul colletto della camicia.
Fingere.
Ormai sai fare solo questo.
Un’altra giornata uggiosa, pioggia, freddo e temporali. Il traffico della metropoli che ti sfianca e ti rende intrattabile, i semafori, i pedoni, i mendicanti. Tutto ti irrita, persino la tua immagine nello specchio.
Le luci del bar sono basse, la musica jazz arriva lontana dagli altoparlanti e tu, solo con la tua disperazione, ti cerchi ancora nelle gocce di gin, vodka e whisky, aspettando un miracolo, qualcuno che si impietosisca e ti salvi.
«Versane un altro»
Sollevi il bicchiere, ti sembra pesantissimo, e lo picchi sul bancone, mezzo cieco e completamente sbronzo.
«Non ne hai avuto abbastanza per stasera, Joe?» Karl, il tuo amico d’infanzia, ti guarda fisso negli occhi, la pietà sul suo volto ti innervosisce.
«Versane un altro» ripeti, più lentamente, a un passo dall’esplodere.
Senza replicare, Karl stappa la bottiglia – ah, quello schiocco divino che riduce le distanze dall’oblio – e ti versa un’altra, generosa, benedetta dose di gin.
Ti piace il suo aspetto, liscio e limpido, puro come l’acqua. Come la tua anima quando eri ancora un bambino.
Lo butti giù tutto d’un sorso, stringendo i denti contro quel santo bruciore che si fa subito estasi, immediato abbandono.
Poggi la testa sul bancone, talmente sbronzo da non accorgerti di esserti cagato addosso.
Vuoi solo dormire, dimenticare, fuggire.
Il mutuo, i bambini, tua moglie, mai soddisfatta dei tuoi sforzi, vuole sempre più denaro, sempre più cose, non si accontenta più del tuo amore. Ti ha buttato fuori di casa; ora vivi con tua madre, a quarant’anni passati, e ti senti una nullità. La crisi economica, il lavoro che oggi c’è e domani non si sa. Il tuo fottuto Presidente e il tuo fottuto Paese perennemente in guerra, bandiere a stelle e strisce dove sono avvolti corpi di ragazzi martoriati, bombardati dall’idea di una guerra giusta. Cristo Santo, sembrano le crociate!
Poi ti addormenti, e sogni. Sogni di quando eri bambino e tuo padre era nei Marines. Tua madre piangeva di notte, la sentivi sussurrare il suo nome, piano, tra i singhiozzi. Andavi da lei, ti infilavi sotto le coperte e l’abbracciavi stretta, fino a farti mancare il respiro. Vi addormentavate così. In fondo, l’uomo di casa eri tu.
Perché tuo padre non c’era mai. E quando tornava, ti parlava della guerra e dei Musi Gialli che aveva ucciso, ma tu odiavi sentir parlare di morte e di sangue e di bombe. Allora scappavi da tua madre e ti stringevi a lei. Puoi ancora sentire il profumo di lavanda dei suoi vestiti sempre nuovi e puliti.
Tuo padre ti chiama scemo, idiota, mammola. Non sopporta l’idea che tu possa ripugnare la guerra: questo non fa di te un uomo. Non ti ha mai detto quanto sia orgoglioso di te, si è sempre rifiutato di venire ai tuoi spettacoli teatrali. Ha giudicato inappropriata anche la tua scelta di laurearti in Filosofia. La sua assenza ti ha ferito più di ogni altra cosa, nella vita: il suo amore per te dipendeva dalla percentuale di coraggio e mascolinità dimostrata ogni giorno. Eri una frana con le donne, non riuscivi a portartene a letto nemmeno una, mica come il tuo compagno di corso, Spike: l’intero college ai suoi piedi. Tuo padre era più orgoglioso di lui che di te; era Spike che portava a giocare a golf, era con lui che chiacchierava durante i barbecue, era con lui che rideva. E viveva.
Quando Spike si è arruolato nei Marines, hai preso coraggio e sei partito con lui per l’Iraq, la Guerra del Golfo sarebbe stata la tua fonte di riscatto.
Spike è morto tra le tue braccia, tu sei stato rimandato a casa per una scheggia di granata nell’occhio. Per poco non hai perso la vista, ma tuo padre è andato a piangere sulla tomba di Spike, di te ha chiesto qualcosa a tua madre. Non è mai venuto a trovarti in ospedale.
«Joe, è ora di chiudere» la voce di Karl arriva da lontano.
Hai la lingua impastata dal troppo alcol, le orecchie ronzano. Provi ad alzarti, ma cadi dallo sgabello.
«Stasera vieni a dormire da me, non è il caso tua madre ti veda in questo stato» Karl si mette un tuo braccio intorno alle spalle e ti sostiene fino alla macchina, una station wagon scura.
Sembra l’auto di un becchino.
«Voglio farla finita, Karl» riesci a biascicare, osservando la luci intermittenti del semaforo.
Spento. Acceso. Spento. Acceso. Spento. Acceso.
È rilassante quell’alternanza, sembra tutto girare per il verso giusto. Quella luce arancione che si spegne e si accende ti conforta, come se la tua vita dipendesse da quel mezzo secondo in cui la luce scompare e riappare. Proprio come la tua anima sul fondo del bicchiere.
«Dovresti farla finita di bere, Joe» risponde pacatamente Karl.
Ami il suo tono di voce così calmo e disteso.
«La mia anima è sul fondo del bicchiere, Karl. Posso recuperarla solo bevendo, solo annacquandomi il cervello, solo se mi brucio il cuore, la ritrovo»
Ti prendi la testa tra le mani. Ti scoppia tanto da non credere di arrivare a domani. Se solo ti esplodesse sul serio, saresti libero.
«Quando l’ho conosciuta, mia moglie Marla stava attraversando una crisi esistenziale. Non sapeva più cosa voleva fare della sua vita, non sapeva più chi fosse realmente. Io la vedevo star male e più soffriva più io non potevo far nulla per aiutarla. È andata da uno strizzacervelli che le ha consigliato di scrivere le sue emozioni quotidianamente. Oggi è al suo quinto romanzo e ha superato la sua crisi» Karl parcheggia nel garage.
Scrivere.
Era il tuo sogno da bambino, ma tuo padre ti ha impedito di realizzarlo: strappava i tuoi componimenti poetici ridendo delle stupidaggini scritte. Non ci hai più provato. Quando è morto, tua madre ti ha regalato un taccuino di vera pelle, ne ricordi ancora l’odore. Lo hai messo da parte ma non lo hai mai usato.
Forse Karl ha ragione, forse scrivere e mettere il tuo dolore nero su bianco può aiutarti.
«Voglio farla finita con l’alcol, Karl» piagnucoli, appoggiando la testa sulla sua spalla.
«Dipende tutto da te, Joe»
Annuisci, piano, il moccio ti scende dal naso e poi s’infila in bocca. È salato, come il conto che ti ha presentato la vita.

Jenny, nella sua vestaglia ciniglia color rosa shocking, si piazza tra te e l’uscio. È accigliata, anzi è davvero incazzata: le braccia conserte sul petto, ti guarda come se fossi un mendicante venuto a chiedere un po’ di cibo e un posto dove dormire. Riesci a sentire il suo odio nei tuoi confronti, è come una zaffata di aria bollente che ti investe, minacciandoti di scioglierti in un nanosecondo.
Ti vergogni, anche se sai che non dovresti: tutti attraversano dei momenti di crisi, nella propria vita, anche se il tuo sembra tremendamente lungo e disperato. Ti chiedi se tu abbia le forze di affrontarlo e superarlo, se farla finita non sia davvero la scelta più saggia.
«Che cosa vuoi, Joe?» ti chiede, fredda, facendo un passo avanti quando cerchi di sbirciare dentro casa alla ricerca dei tuoi figli.
«Vedere Jess e Spike» riesci a rispondere, raddrizzandoti, cercando di fare l’uomo per una volta nella tua vita.
«Scordatelo»
Jenny sta per chiuderti fuori ma tu reagisci, mettendo un piede di traverso alla porta.
«Sono i miei figli»
«Te ne sei ricordato presto»
Tua moglie ti sbeffeggia, alzando quel sopracciglio tatuato fatto con i tuoi soldi. Il tuo stipendio.
«Fammi entrare, Jenny» ripeti con più sicurezza, guardandola dritta negli occhi scuri.
Lei sospira, sbuffa, ma cede.
Casa è in ordine, come sempre grazie all’ossessione di tua moglie per la pulizia: sai perfettamente che è capace di passare l’aspirapolvere e la candeggina anche tre volte al giorno. Quando tornavi a casa dal lavoro, se dimenticavi di togliere le scarpe e infilare le pattine, Jenny ti riempiva di insulti.
Quello che non ti aspetti è di trovare un uomo – un ragazzo – seminudo in cucina: sta facendo colazione con i tuoi figli. Ora è chiaro perché Jenny non voleva farti entrare.
Ti giri a guardarla: nemmeno l’ombra del più piccolo pentimento sul suo volto dalla forma triangolare, circondato da un caschetto rifinito alla perfezione.
«Non dirmi che tu non hai avuto le tue avventure» ti rimprovera, come se il colpevole fossi tu.
«No, Jenny. Ti sono sempre stato fedele, mio malgrado, ma evidentemente ciò che ti importava erano i miei soldi»
«Che spendi in alcol, mio caro. Non fare il santarellino con me e fai quello che devi, prima che io perda la pazienza»
I tuoi ragazzi ti guardano con un’espressione miserevole sul volto, quasi a compatirti. Ti chiedi che vita stiano facendo con Jenny.
«Abbi almeno il buongusto di dire al tuo amico di vestirsi davanti ai nostri figli» dici, guardando il ragazzino di sbieco.
Non sai dove stai trovando tutta questa forza, probabilmente nel bisogno di cambiare vita, prospettive.
«Okay, gente. È meglio io me ne vada»
Il toyboy di tua moglie si tiene stretta l’asciugamano intorno ai fianchi e sgattaiola via dalla cucina, lo senti salire le scale, mentre Jenny lo segue come un cagnolino, chiamandolo con i nomignoli più insulsi e grotteschi. Ti fanno pena, entrambi, e ancor di più provi pena per te stesso: come hai fatto ad arrivare a questo punto?
«Oggi niente scuola, ragazzi» ti puntelli sui talloni davanti ai tuoi figli, scostando dalla fronte di Jessica una ciocca scura.
Lei si scosta, Spike nemmeno ti guarda in faccia. Sono diffidenti, e a buon bisogno, ma tu solo ora ti rendi conto che i tuoi ragazzi sono ciò che di più prezioso esista nel tuo mondo, sono l’unica ragione per la quale è rimasta un po’ di umanità in te. Gli errori che hai fatto, sono stati quelli di tuo padre, perché è vero, le colpe dei padri ricadono sempre sui figli, ma tu hai deciso di spezzare la catena. E ci riuscirai.
«La mamma dice che sei un ubriacone e che è colpa tua se siamo poveri e se Jess non può più prendere lezioni di pianoforte» esordisce Spike con una vocetta fina.
Inspiri lentamente, alzandoti.
Il boccone è sempre più amaro da mandare giù quando a servirtelo sono i tuoi figli.
«Sì, campione. Sono un ubriacone. Tua madre ha ragione, ma ho deciso di cambiare. Domani inizierò la disintossicazione in una clinica: ti prometto non mi vedrai mai più bere»
Le lacrime ti raspano in gola.
«Possiamo venire a trovarti?» ti chiede Jess, alzando gli occhi celesti su di te.
«Dovrete chiedere il permesso a vostra madre, prima» le accarezzi una guancia, asciugandole una lacrima.
«Dove andiamo, pa’?» Spike ti guarda con il suo sorriso sdentato.
«Dove volete andare?»

Il sentiero è in salita, a te sembra quasi essere la storia della tua vita: sassi, merda, fango, rami e foglie secche. Ma quando arrivi in cima e la vista delle montagne innevate e dei laghi ti mozza il fiato, sai per certo che dopo ogni salita, si trova un trofeo.
Ti siedi su una roccia, i tuoi figli su ciascun lato. Ti abbracciano e ti senti completamente in pace, sai che hai abbastanza forza dentro di te per raggiungere la cima della tua salita. Puoi cambiare e devi farlo prima per te stesso, per poter essere un genitore migliore di quello che è stato tuo padre. E cominci a vedere anche le cose da un altro punto di vista: se non fosse stato per il bicchiere sempre pieno e la testa leggera, probabilmente ora staresti ancora a tracannare gin da Karl. O forse peggio.
«Tornerai mai a casa, pa’?» ti chiede Spike, stringendosi più forte a te.
«Non posso risponderti, Spike. Ma se tu e tua sorella avrete bisogno di me io sarò sempre pronto a sostenervi, dovessi trovarmi anche dall’altra parte del mondo»
Vedi i ragazzi annuire con la coda dell’occhio e te li fai più vicini. Non hai voglia di parlare, è un momento fatto di sensazioni ed emozioni e così dev’essere.

Sono tre anni e dieci mesi che non tocchi un goccio di alcol.
In tre anni sono successe tante cose. Hai divorziato da Jenny, che oltre a recuperare toyboy dalla strada, se la faceva con il vicino mentre eri in clinica. E nonostante fossi ricoverato, tua moglie ti chiedeva soldi, maledettissimi soldi. La grana le serviva per l’amante e le numerose cauzioni da pagare per farlo uscire di galera: Jenny ha sempre amato i cattivi ragazzi e come poteva amare uno come te, che non si è mai messo nei guai se non per seguire un amico pazzo in Iraq?
Hai trovato una donna che ti ama e ti rispetta; crede in ciò che fai e costruisci. Kate aspetta il vostro primo figlio e non sei più nella pelle per la gioia. Ami la vita come mai prima d’ora, ami le persone che incroci sul tuo cammino, quella strada tanto faticosa da scovare che se ne stava dove meno ti saresti aspettato di trovarla.
Eccola lì, Kate, in prima fila, attendendo la presentazione del tuo primo romanzo, L’Anima sul fondo del bicchiere. È bella, con i capelli legati in uno chignon, il filo di perle che le hai regalato per il vostro primo anniversario, e il tubino nero che esalta il ventre pieno di vita.
Vi sorridete, gli occhi negli occhi.
Poco più in là, i tuoi ragazzi: Jessica e Spike. Ogni settimana, quando eri ricoverato, sono venuti a trovarti in clinica. Non ti hanno mai lasciato solo, hanno creduto in te, nonostante Jenny avesse vietato loro di farti visita. Jessica è una pianista eccellente, diventerà una delle più grandi musiciste d’America, ne sei certo. Hai sentito i suoi concerti e ti sei emozionato, fino a piangere, senza vergognarti. Spike ha una mente più razionale, vuole lavorare per la NASA e sei sicuro ci riuscirà.
Hai lottato ogni giorno, dopo il ricovero, per tornare te stesso, per incontrarti di nuovo con il vero Joe, l’uomo docile e umano che avevi smesso di amare a causa di assenze maggiori, il fantasma di un padre egoista e debole, troppo preso da se stesso per accorgersi del male che ti ha fatto.
Non sei ancora andato a trovarlo al cimitero e non sai se andrai mai. Il dolore dell’assenza non passa mai, puoi abituarti, ma non finirà mai di tormentarti. Sarà sempre una pallottola troppo vicina al cuore e sai che se dovesse spostarsi troppo, potresti riprendere il bicchiere in mano. Ma ora puoi scegliere se ucciderti con le tue stesse mani o scrivere.
Sei un artista Joe, non dimenticarlo mai.
Non dimenticare mai che la bellezza e l’arte ti hanno salvato.

«Sei troppo teso, Joe» Kate gli sfiorò la guancia con un bacio.
Gli prese la mano e la portò al suo grembo: il bambino si muoveva, Joe poteva sentirlo nitidamente.
«Nel mio libro ti ho immaginata proprio così: il tubino nero, il filo di perle e i capelli raccolti in uno chignon. Ma di certo non immaginavo che lei sarebbe stata reale» Joe si inginocchiò ai suoi piedi, posandole le mani sui fianchi.
Poggiò l’orecchio sulla pancia e chiuse gli occhi, cercando di captare il battito del cuore di Andreea. La bambina si mosse di nuovo, scalciando con più foga.
«Sarai vivace come tua madre, piccola mia» baciò il ventre e tornò in piedi, prendendo il viso di Kate tra le mani.
Poggiò la fronte sulla sua, guardandola negli intensi occhi verdi.
«Verranno?»
«Non lo so, Joe. Sarebbe crudele ed inutile dirti che certamente Jess e Spike saranno alla presentazione, questa sera. Dovrai solo aspettare e vedere se i tuoi sforzi sono stati riconosciuti: sono grandi abbastanza, ormai, da poter scegliere in piena autonomia» Kate lo baciò lentamente, circondandogli il collo con le braccia.
«Non tutto il male viene per nuocere, dopotutto. Se non mi fossi ricoverato, non ti avrei mai incontrata»
Kate ride piano, arricciando il naso in quel modo che fa impazzire Joe: è stato esattamente quello, il suo nasino alla francese, a farlo innamorare di lei.
«Andiamo o faremo tardi. Non vorrai rischiare di perderti la presentazione del tuo libro!»


La libreria esplode di gente. Il cicaleccio è assordante, la musica di sottofondo si mischia alle parole dei presenti, in un vortice ansiogeno. Joe si sente quasi paralizzato, ma sa di essere un uomo nuovo e di poter affrontare le sue paure a testa alta. Ha vinto battaglie peggiori.
Da dietro le quinte intravede Karl e Marla, i loro tre bambini che mangiano popcorn come se fossero al cinema. Joe si lascia andare a un sorriso, rilassando le mani strette in un pugno. Toccare il fondo è necessario a darsi la spinta per risalire; una volta in superficie non puoi far altro che nuotare, e nuotare, e nuotare, fino a che non vedi la terraferma in lontananza. Ma anche quando sei al sicuro, sulla spiaggia, sotto il sole, non abbassare mai la guardia.
Joe ripete a se stesso il suo mantra, le parole del suo libro lo aiutano a mantenere saldi la mente e il cuore.
La libreria è piena, è ora di cominciare.
«Hai parlato dei tuoi problemi di alcolismo davanti a degli sconosciuti, davanti agli psichiatri e agli psicologi. Puoi parlarne anche davanti a una folla di spettatori, Joe» prima di andare a prendere posto, Kate lo conforta come può.
Lo bacia sulle labbra, sorride e scivola dietro il sipario.
Quando esce sul palco, il pubblico applaude, Jessica e Spike sono in prima fila. Joe sente sciogliersi il cuore in gelatina e manda loro un bacio con la mano, infischiandosene sia un gesto poco virile.
Il fantasma di suo padre è lontano, ormai, lui si sente uomo per il solo fatto di essersi salvato da solo, senza l’uso di armi e di guerre.
Non abbassare la guardia, Joe, ma ora vai e nuota verso il sole.

giovedì 3 agosto 2017

BlogTour "Il valore delle piccole cose" di Marco Vozzolo [Sesta Tappa] - Contenuti speciali


Eccoci arrivati alla sesta tappa del blogtour dedicato al nuovo romanzo di Marco Vozzolo, Il valore delle piccole cose! Oggi scopriremo dei contenuti speciali riguardo al libro… Pronti a saperne di più?!

CONTENUTI SPECIALI A CURA DELL’AUTORE

Durante la fase documentale e la stesura del testo mi sono imbattuto in una serie di situazioni che via via hanno contribuito alla realizzazione della storia.
E ho seguito un percorso disseminato di piccoli oggetti che però avevano un vibrante valore. Un filo continuo che attraversava gli anni a ritroso nel tempo.

La cosa più toccante sono state le “interviste”, parlare cioè con le persone che potessero testimoniare sui fatti realmente accaduti. Si tratta del lavoro lungo anni. Molti di loro mi hanno chiesto uno sforzo di riservatezza poiché confessi di azioni che, loro malgrado, furono costretti a fare.
Una donna dagli occhi chiari come il ghiaccio si vergognava di essere stata costretta a depredare il corpo di un soldato tedesco degli stivali per riparare i propri piedi da un inverno particolarmente rigido.
Altre di cose subite di una certa crudezza. Di esplosioni che dilaniavano i propri cari, tanto per fare un esempio. Ho raccolto tra le mani le schegge disseminate tutt’oggi per tutta la zona. 
Di fatto, si sentivano responsabili di “colpe” che non avevano.

Mi veniva raccontato di uomini costretti a nascondersi per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi con l’orgoglio ferito di chi sa di essere coraggioso eppure costretto a piegarsi alle circostanze più grandi del suo coraggio.

Ho visto nei loro occhi gli incubi che solo l’afflizione sa generare.
Mi è stato fatto immaginare il sapore delle carrube e delle radici. Ma non mi è bastato e allora ho assaggiato le carrube.
Ho saputo di inermi civili oppressi dai tedeschi che comunque ospitavano oppure aiutavano soldati sbandati con notevole rischio di ritorsioni.
E dell’oblio che fu l’attraversamento del “tratturo delle Ravi” da parte di gente spinta dalla disperazione, costretta a camminare tra i corpi dilaniati dei compaesani.   
Questi sono solo degli esempi.

Ma il “dietro le quinte” è anche ricco di episodi unici e preziosi.
Ecco che mi verrà mostrato e regalato l’orologio dal vetrino infranto e la terra ancora incastrata sul quadrante, fermo alle ore 04:57 del 21 gennaio del 1944 durante la feroce offensiva tedesca verso gli alleati.

Glyn, un fuciliere britannico, scriverà ai genitori che è vivo e vegeto ma cercherà il conforto della madre perché ha avuto un periodo durissimo in battaglia. Ho letto e riletto le sue parole perché conosco la sua sorte…

Da documentazione dell’epoca ho individuato una foto in cui sono immortalati per sempre due corrieri di ordini intenti a superare un canale con le loro biciclette. Dal timbro che avevo tra le mani immaginavo l’ufficiale che apponeva il marchio del Reich sul documento che quei due avrebbero tentato di consegnare al destinatario. 

Una signora mi mostrerà la fede in metallo che si era fatta fare al posto di quella in oro che era stata costretta a donare per finanziare lo sforzo bellico. Non voleva si pensasse male di lei e da allora indossò quella fede come simbolo del suo amore verso l’uomo ancora lontano a causa della guerra.

Un’altra invece mi farà avvicinare e si vede, dai suoi occhi, che avrebbe dovuto dirmi qualcosa di impertinente. E sussurrando mi ha detto un segreto per poi sghignazzare.
Mi doveva mostrare –chissà perché- la culottes che le aveva portato il marito e che aveva indossato solamente al suo ritorno. Adesso, nonostante non sia più tra noi, ancora sento la sua risatina accorta.

Seppi di un bambino si riparava dentro un fienile assieme ad altri sfollati in una località della “Forcella”. Era uscito incautamente e quasi finiva ammazzato da una cannonata che era esplosa a poca distanza da lui. Solamente il mattino seguente ritrovarono un maiale crivellato dalle schegge di quella bomba.

In una sorta di trincea fatta di pietre ammucchiate ho trovato delle schegge di una cannonata che, probabilmente, aveva centrato (o quasi centrato) quella difesa in cui erano riparati i tedeschi. Tra l’altro, a causa proprio della conformazione del terreno, non sempre i soldati riuscivano a scavare delle buche in cui ripararsi. E allora non rimaneva altro da fare che ammucchiare delle pietre dietro cui trovare riparo. E dentro quelle piccole tane si concentravano le esistenze di chi vi si trovava in copertura.

Ho ritrovato il ferro di un mulo utilizzato per il rifornimento di munizioni verso le disseminate postazioni tedesche sulle zone impervie. E, con il ferro tra le mani, ho immaginato il mulo che sarà protagonista di una scena del libro. Era un carrista britannico a curarsi dei muli del X° Corpo e sul suo diario lamenterà della conformazione del suolo.

E’ saltata fuori la storia di una moneta dei Savoia nascosta nell’intercapedine di una porta e poi ritrovata circa sessanta anni dopo.


Una arzilla signora centenaria mi ha mostrato ciò che rimaneva dell’ogiva estratta dalla sua gamba dopo che un ufficiale delle SS le aveva sparato. Ciò che mi ha colpito di quella donna era lo sguardo scintillante e la capacità di vestire con un certo stile.

Ho tenuto tra le mani elmetti che portavano ancora i fori dei colpi che avevano posto fine all’esistenza di chi li indossava. Uno, tra questi, ha stimolato la mia fantasia fino alla creazione di Hans, il soldato buono. Ho letto nomi sulle piastrine arrugginite che mi hanno lasciato un brutto retrogusto amaro cercando di sfiorare le anime di chi si chiamava in quel modo. Ho indossato i loro elmi e qualche cappello anche per sentire cosa provava la loro pelle a contatto con quei tessuti o elementi.
Tutte cose realmente indossate dai soldati del conflitto in questione, divenute poi oggetto di ritrovamenti di resti di soldati in ogni parte della penisola in cui si siano svolti dei combattimenti. In particolar modo nel centro Italia. 

Ero con gli Americani in una trincea a fumare Lucky Strike con un pacchetto dell’epoca nella mano destra.
Ho riposato su una cassa che ha contenuto fucili per le forze alleate.
Provato ad usare posate da campo e toccato la svastica sulla divisa di un soldato della 29ª per vedere che effetto faceva sfiorare con un polpastrello il simbolo più terribile al mondo.

Indossato l’uniforme di un soldato americano che ho immaginato essere uno dei primi ad entrare a Castelforte.
Poi ho vestito l’elmetto dei famelici “Red Bull” che combatterono a Cassino.
C’erano milioni di sorrisi in quello che ho fissato nella foto del 1943 in cui tre giovani soldati tedeschi partono per un nuovo fronte. Ho immaginato che poche ore prima si stavano divertendo e qualche giorno dopo le sorti sarebbero state ben diverse. Ho pensato alle loro mani che impugnavano matite consumate quasi del tutto per scrivere lettere che magari sarebbero arrivate a destinazione dopo la loro uccisione. 

Mi sono sorpreso a portare fiori su tombe di sconosciuti che hanno dato la vita nelle stesse feroci battaglie descritte nel libro.
Ho camminato per ore lungo i sentieri della Linea Gustav accompagnato dal silenzio della solitudine ma anche dal frastuono delle battaglie che immaginavo e ricostruivo studiando documenti e ascoltando le testimonianze.



Vi ricordo che avete ancora un giorno per partecipare al giveaway! 

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E domani non perdetevi la recensione su Diario di un sogno.